Marini ai sindacati: inaccettabile il no alle nuove pensioni

Rutelli: "Anche un bambino capisce che bisogna intervenire". Amato sui ministri ribelli: "Meglio se andassero in Australia"

nostro inviato a Levico Terme (Trento)

«Caro Epifani, a un ministro del Tesoro si può dire di tutto, ma non che non debba portare la calcolatrice addosso». Chi conosce bene Franco Marini sapeva che il suo non sarebbe stato un intervento istituzionale. Davanti ai militanti accorsi alla festa nazionale della Cisl a Levico il presidente del Senato ha messo da parte il passo da seconda carica dello Stato e ha innestato la marcia del sindacalista coriaceo che – come ha ripetuto ai giovani quadri della scuola in corso nella cittadina termale – non si tira indietro quando c’è da andare contro qualcuno. E questa volta il ruolo di vittima è toccato al segretario generale della Cgil, che negli ultimi incontri sulle pensioni aveva riservato le critiche più dure al ministro Tommaso Padoa-Schioppa. Tra i ricordi di trattative estenuanti che però finivano sempre con un accordo e lezioni di come a volte sia necessario tenere a bada anche le rispettive basi, Marini ha invitato le parti al realismo. «Guardando ai conti e al vostro futuro – ha detto ai cislini under 30 - su un aumento parziale e graduale dell’età non ci può essere un no a priori. È una cosa insostenibile rifiutare un parziale, attento e contrattato aumento dell’età pensionabile».
Ragionamento, quest’ultimo, in linea con la posizione della Cisl (che Marini ha guidato dal 1985 al 1991), ribadita ieri dal segretario generale Raffaele Bonanni: disponibilità agli scalini e, soprattutto, alle quote, cioè la somma dell’età anagrafica e di quella contributiva che segna il limite della pensione. Sorprende, invece, una sostanziale difesa del ministro del Tesoro pronunciata nella tana del sindacato che gli è stato più ostile.
E il tutto si spiega con quella che ieri è apparsa come una studiata controffensiva dei moderati della maggioranza su pensioni e Dpef, uno stop ai ministri della sinistra radicale, autori della lettera al premier Romano Prodi. Evento al centro di tutti gli interventi di Levico, compreso quello del ministro dell’Interno Giuliano Amato.
Le due cose non sono scollegate. La lettera, per Bonanni, «influisce nel senso che non crea un clima di coesione, indispensabile per il governo e anche per le parti». Un modo per dire che la lettera complica la vita a Epifani, pressato dalla sinistra interna. Nodo duro da sciogliere anche per il governo, come è emerso dalle parole di Amato che, con chiaro riferimento ai quattro, ha condannato la «politica urlata», sostenendo che sarebbe meglio che alcuni ministri «invece di sparare decibel, se ne andassero in Australia».
Una situazione difficile per tutti. Che fa sbilanciare il segretario della Cisl su un giudizio tutto politico. A sciogliere i nodi, ha sostenuto Bonanni, non potrà che essere il presidente del Consiglio. Ma il governo dovrebbe anche tendere le orecchie alla «attenzione silenziosa» che il centrodestra sta riservando ai temi cari al sindacato. C’è insomma un’opposizione morbida su temi come la rivalutazione delle pensioni minime e gli ammortizzatori sociali (chiaramente non sull’abolizione dello scalone) e il governo dovrebbe «cogliere questi segnali» perché su temi sociali non bisognerebbe escludere intese bipartisan. Invito non raccolto per il momento dall’esecutivo. Il ministro del Lavoro Cesare Damiano ha invece accolto con sollievo l’insistenza di Bonanni per un soluzione veloce sulle pensioni.
Fretta che invece allarma la sinistra Cgil, che ieri con Giorgio Cremaschi ha chiesto ai leader confederali di abbandonare la trattativa. Polemiche rimbalzate dal Trentino a Roma, con i richiami del vicepremier Francesco Rutelli a sostegno di una soluzione che tenga conto del «futuro dei nostri figli. Interventi per dare sostenibilità al sistema della previdenza in Italia sono indispensabili, lo capisce anche un bambino».