Marini, via alle consultazioni La Lega minaccia l'Aventino

Il presidente del Senato dovrà cercare il consenso sulle riforme. Il Cavaliere: &quot;Spero non sia vero che <strong><a href="/a.pic1?ID=237835" target="_blank">a sinistra stanno cercando senatori</a></strong> qua e là promettendo cariche&quot;. <a href="/a.pic1?ID=238037" target="_blank"><strong>Lega pronta a ritirare i parlamentari</strong></a>. L'ex Udc propone: <a href="/a.pic1?ID=238040" target="_blank"><strong>&quot;Uniti per le riforme&quot;</strong></a>. <a href="/sondaggio_1a.pic1?PID=42"><strong><font color="#ff6600">Ce la farà Marini? VOTA</font></strong></a><font color="#000000">. <strong><a href="mailto:commenta@ilgiornale.it">Commenta</a></strong>. <a href="/a.pic1?ID=238044" target="_blank"><strong><font color="#ff6600">Leggi i commenti </font></strong></a></font>

Roma - Dunque, attenti al Lupo. Tocca a lui, al vecchio sindacalista democristiano, tocca all’asso delle trattative aprire l’estremo negoziato per cercare di azzannare una maggioranza come che sia e mettere in piedi un governo. Dopo una notte di «riflessione» e una giornata di contatti e valutazioni, Giorgio Napolitano rompe gli indugi, convoca Franco Marini e gli affida il bastone. Un incarico «finalizzato», a tema, circoscritto alla riforma elettorale ma con ampio mandato. Cioè flessibile, a geometria variabile, né troppo rigido e nemmeno vago, né esplorativo e nemmeno pieno. Insomma, è mezzo pieno, come il bicchiere della crisi, che il capo dello Stato assicura di non voler annacquare per prendere tempo ma che gli fa dire di non poter sciogliere le Camere senza provare «almeno ad avviare» un patto tra i poli.

Marini spunta alla Loggia alla Vetrata alle cinque e mezzo di sera impettito alla destra del presidente. Il Quirinale gli ha cucito addosso il mandato come un vestito di sartoria, dandogli il compito di «verificare le possibilità di consenso su un preciso progetto di riforma della legge elettorale e di sostegno a un governo funzionale all’approvazione di tale riforma». Il presidente del Senato, spiega il segretario generale del Colle Donato Marra, «riferirà nel più breve tempo possibile». Lunedì, forse addirittura sabato. Non voleva un incarico pieno, ne ha avuto uno «su misura», un’esplorazione rafforzata che gli consente di fare le sue verifiche e di sfilarsi senza problemi se le cose prendessero una brutta piega. Ci proverà, cercherà i numeri, farà leva su Udc e altri settori del centro, ma non potrà fare miracoli.

Napolitano è un po’ pallido, porta forse i segni della tensione del momento. La partita è difficile, martedì scorso Cossiga, Scalfaro e Ciampi l’hanno trovato teso e sotto pressione. Tirato da due esigenze opposte, quella di doverci provare e quella di far presto, cercando di tener fuori la presidenza della Repubblica dal gioco politico, rafforzando al tempo stesso il tentativo del Lupo.
È lui stesso, annunciando il via libera a Marini, a raccontare com’è maturata la sua tormentata scelta. Innanzitutto il punto di partenza, una crisi che è deflagrata «dopo che in Parlamento si erano aperti spiragli di dialogo tra le forze politiche per una modifica della legge elettorale e alcune importanti norme della Costituzione». E l’idea di Napolitano che non si potesse votare senza aver prima approvato un sistema che assicuri stabilità di governo è stata corroborata da diverse prese di posizione «del mondo economico e della società civile»: dalla Confindustria alla Conferenza episcopale, dai sindacati alla Confcommercio. Senza contare che incombe un referendum «dichiarato ammissibile dalla Corte costituzionale».

Per tutti questi motivi il capo dello Stato ha «prospettato a tutti una soluzione della crisi che in tempi brevi dia almeno avvio agli indispensabili processi di riforma e a credibili impegni di più costruttivo e fruttuoso dialogo tra gli opposti schieramenti». E questo disgelo, dice buttando forse il germe per future larghe intese, dovrà proseguire «qualunque sia il risultato di nuove elezioni». Una strada che il centrodestra ha definito impraticabile. Napolitano ripete che occorre «attenzione e rispetto» per tutte le posizioni, però ricorda che «sciogliere anticipatamente le Camere ha sempre rappresentato la decisione più impegnativa e grave affidata dalla Costituzione al presidente della Repubblica», tanto più «a meno di due anni dalle ultimo voto». Perciò «considero mio dovere un’adeguata valutazione conclusiva, il che non può essere da nessuna parte inteso come una scelta rituale o dilatoria».

Marini tornerà sul Colle dopo le sue consultazioni. Potrà dire che, sì, ci sono le condizioni per formare un «governo funzionale» per la riforma, accettare un incarico pieno e presentarsi alle Camere per la fiducia, prendendo così, anche in caso di bocciatura, il posto di Prodi. Oppure, potrà indicare al capo dello Stato il nome di un’altra personalità in grado di farcela. O potrà, e questo è lo scenario considerato più probabile, rinunciare e basta. A quel punto Napolitano suonerà la campanella del tutti a casa.