Marini, Quirinale e ministri: Rutelli vince il derby a sinistra

Così il leader della Margherita è il vero perno della politica dell’Unione

Fabrizio de Feo

da Roma

Tutto secondo copione al tavolo del centrosinistra. Ci sono le carte che si rimescolano e i saliscendi dei vari aspiranti ministri, con i Ds che rivendicano ministeri e inseguono un risarcimento per la mancata elevazione al soglio quirinalizio di Massimo D’Alema. C’è il totoministri che registra le consuete scosse telluriche, con il valzer impazzito delle poltrone virtuali. C’è il braccio di ferro sui vicepremier e la frenetica ricerca di una calibratura corretta dentro l’Unione. Ma sullo sfondo di questa partita di potere ancora avvolta nelle nebbie, c’è una figura che esce fuori con chiarezza: quella di Francesco Rutelli, a tutti gli effetti il grande «cartaro», il vincitore - se non per ko almeno ai punti e con distacco ampio - di questo match.
È lui - il rampollo di agiata famiglia della borghesia romana, con ascendenze siciliane, l’ex sindaco di Roma guardato sempre con un pizzico di sufficienza dagli altri partner di governo, il politico accusato di aver impersonato nella sua carriera troppe parti in commedia per essere credibile, la creatura politica eterodossa, generata al di fuori delle grandi famiglie democristiane e comuniste - il vincitore di questa prima fase della nuova era unionista. È lui che ha condotto in porto la battaglia per Franco Marini presidente del Senato. È lui che ha fatto da sponda alla scalata di Fausto Bertinotti al massimo scranno di Montecitorio. È lui che ha sponsorizzato Giorgio Napolitano per il Colle, mettendo il veto su Massimo D’Alema. Ed è ancora lui ad aver giocato la carta dei vicepremier, riuscendo a strappare il via libera per la creazione dei due «angeli custodi» di Romano Prodi: un ds e un dl.
La stessa assegnazione dei ministeri può essere vista come una semivittoria rutelliana, visto che si stabilisce una «quasi par condicio» tra i due maggiori partiti dell’Unione, candidati alla creazione del Partito democratico. Nelle nebbie che ancora avvolgono il governo Prodi una cosa, infatti, al momento risulta certa: ci saranno nove dicasteri per la Quercia e sei per la Margherita, più i tre di stretto rito prodiano (Padoa Schioppa all’Economia, De Castro all’Agricoltura e Santagata all’Attuazione del programma) certo non sgraditi ai centristi della sinistra. Una distribuzione che, al di là dell’ufficialità, appare decisamente gradita dalle parti di largo del Nazareno.
L’attuale posizione di centralità politica di Francesco Rutelli non si conclude, peraltro, nel circolo chiuso dell’Unione ma viene rafforzata dal dialogo aperto con i moderati del centrodestra (non solo l’Udc, ma anche un pezzo di Forza Italia). Un’atout che rende il leader della Margherita il perno mobile dell’Unione. E proprio mentre la titanica lotta tra i presidenti dei Ds e dei Dl infuria più o meno sottotraccia, Europa, il quotidiano della Margherita, compie una plastica acrobazia e lancia una sorta di appello «per la tutela del dalemismo dall’estinzione». È il direttore Stefano Menichini a dire apertis verbis che «di dalemismo concreto ci sarebbe un gran bisogno». Il motivo? «Il dalemismo dovrebbe permeare molto di più il partito di cui D’Alema è presidente e quello nuovo che vorrà co-fondare, magari riportandolo sulle posizioni dello scontro con il conservatorismo sindacale di sette anni fa». Il tutto corredato da una postilla: «Noi puntiamo assai su questo dalemismo di ritorno più che credere a inediti assi d’acciaio e d’equilibrio con Prodi». Come dire: viva il D’Alema pensiero, abbasso il D’Alema regista aggiunto del governo Prodi. Quanto alle vicepresidenze del Consiglio, scrive Europa, «esse sono - come giustamente scrive l’ispirato Rondolino - “medagliette”. Con la vetrina di trofei che può esibire abbiamo immaginato che D’Alema le avrebbe lasciate agli altri non avendone alcun bisogno. O no? Dicono di no. Forse no». Una morbida pugnalata inflitta con una perfidia così sottile da sembrare quasi dalemiana.