Mario Balotelli: per lui il razzismo non vale

Domenica scorsa la curva della Fiorentina, quella del &quot;fairplay&quot;, lo ha coperto d’insulti. Ma per lui nessuno s’indigna. E se reagisce facendo la linguaccia lo squalificano. <strong><a href="/a.pic1?ID=336819">Ibrahimovic forse vuole andarsene</a></strong>

Balotelli non ce la fa più. Esce perché è esausto non di correre, ma di ascoltare. Quello spicchio lo insulta a prescindere: viola, giallorosso, o di qualunque altro colore sia, l’obiettivo è Mario. Il razzismo che non c’era, c’è con lui, italiano e però nero. Domenica sera c’erano Maicon, Felipe Melo, poi Rivas: neri anche loro, ma lasciati in pace. Balotelli no: dal primo minuto fino a quando è uscito non ha sentito altro che quel pezzetto di stadio dirgli di mangiare le banane, di non essere italiano perché negro, ha ascoltato i buhhh. Gli altri non si possono toccare, lui sì.

Qualche anno fa quando Zoro si rifiutò giustamente di continuare a giocare durante un Messina-Inter, l’Italia si fermò a pensare quanto fosse volgare e razzista, retrograda e cafona. Mario non si ferma, Mario fa la linguaccia e allora nessuno si indigna. Anzi di più: quasi fosse colpa sua, quasi se la cercasse, quasi quasi i romanisti e i fiorentini hanno anche ragione. Perché Balotelli indispettisce e non piega la testa, non piange e non esce dal campo. Gli urlano negro e continua a giocare, lo coprono di buhhh e continua a giocare. Non c’è tutela perché la sua spavalderia stimola antipatia e gli antipatici non meritano di essere difesi. Siamo un Paese ridicolo che s’emoziona per l’elezione di Obama, legge e ascolta che il mondo sta cambiando, ma dentro uno stadio insulta un ragazzino bresciano di origini ghanesi: lo chiama scimmia, lo tratta da diverso, lo umilia in diretta satellitare. È la perversione di questo mondo, incapace di accettare che gli altri sono più bravi, più forti, più geniali: Balotelli paga solo perché è forte e ricco, perché è borioso e presuntuoso. La pelle è un pretesto, il più schifoso e il più facile perché colpisce nell’orgoglio e nella dignità.

Dicevano orgogliosi a Firenze che la tifoseria ha cambiato stile: niente più violenza e niente più aggressività. Non era stato il primo stadio a rendere obbligatorio il terzo tempo, il fair play per comando? Domenica quel civilissimo spicchio ha dimostrato che ogni terzo tempo e qualunque steward ci sia ogni 15 giorni al Franchi, la mentalità non si cambia e non migliora. Razzisti, squallidi, volgari. Se la caveranno con una multa pagata dalla società, così come se l’è cavata la curva della Roma, capace di ripetere per tutta la partita di San Siro questo slogan: «Non ci sono negri italiani». Una multa e basta: per aver risposto a tutti quegli insulti con una linguaccia, Mario è stato deferito rischiando la squalifica.

Ha sbagliato e nessuno gliel’ha perdonata: avete visto un solo commentatore dire che fosse stato provocato? No, tutti solo a parlare del caratteraccio di Balotelli, tanto forte quanto impertinente, tanto fenomenale quanto incapace di controllarsi. Chi l’attacca sono gli stessi benpensanti che cavalcarono il razzismo anti-Zoro. C’era con il giocatore del Messina, però non c’è adesso. Perché? Perché per tutti Balotelli se la cerca: è dispettoso, nervoso, aggressivo, irruento, gradasso, spaccone. Questo vale più di ogni altra cosa: non si tutela chi alza la testa, non si protegge chi sa difendersi da solo.

A 19 anni a Balotelli dicono negro ovunque e nessuno si indigna. Deve piangere per avere attenzione? Mario non lo farà, continuerà a fare le linguacce avendo ragione e sapendo che gli daranno torto. Penserà che il suo Paese è razzista, ma che chi fa finta di indignarsi solo a comando è molto peggio.