Mario Cervi, tutta una vita politicamente scorretta

La mia prima reazione, dopo aver letto d'un fiato Gli anni del piombo, il libro di memorie che Mario Cervi ha scritto con la collaborazione di Luigi Mascheroni, è stata: «Peccato che siano solo 224 pagine». Potevano essere 500 e anche mille, perché le vicende in cui Cervi è stato talvolta protagonista e più spesso testimone in quasi 65 anni di professione sono state tante e tali, che avrebbe potuto raccontarci molto di più mantenendo sempre desta la nostra attenzione. In un magico amalgama, il libro è un affresco di storia milanese, di storia italiana, di storia mondiale e di storia del giornalismo nostrano, visti da un collega che è sempre rimasto coerente con le sue idee, non si è mai piegato al politically correct e non ha mai rinunciato al suo diritto di critica, anche quando rischiava di entrare in conflitto con la parte politica di suo riferimento. Per quanto nato a Crema, Mario Cervi è milanese che più milanese non si può, non solo per residenza anagrafica, ma per i suoi studi (elementari in via della Spiga, liceo al Parini, Università Statale) e soprattutto per la sua visione della vita, in cui il dovere viene prima di tutto, il lavoro è la religione e la lealtà una componente fondamentale del carattere. La sua storia professionale, fatta di impegno costante e di una ormai inconsueta disponibilità a svolgere ed affrontare qualsiasi argomento, è un esempio raro di come si possa salire gradualmente da umile informatore della cronaca cittadina alla direzione di un grande giornale e al ruolo di opinionista preferito da una larghissimo segmento di lettori. La sua carriera è stata lunga, gloriosa e per un lungo periodo governata dal rapporto fraterno - personale e professionale - instaurato con Indro Montanelli e che lo ha indotto forse alla sola sbandata che io mi sento di rimproverargli: l'uscita dal Giornale per seguirlo nell'avventura della Voce, lasciando noi che decidemmo di restare in via Gaetano Negri orbi del suo fondamentale contributo. Mi ricordo benissimo di quante volte, in quei giorni infuocati in cui Paolo Granzotto ed io - i due vicedirettori superstiti dell'esodo - fummo chiamati a traghettare il Giornale dalla direzione Montanelli alla direzione Feltri e dovevamo reperire ogni giorno chi scrivesse l'articolo di fondo, mi sono detto: «Qui ci servirebbe Mario, chissà perché se ne è andato anche lui». Nel libro, Cervi ha il merito non solo di spiegare la sua uscita con l'indissolubile legame con Indro, ma anche di riconoscerla come un errore, cui è stato felice di rimediare appena ebbe l'occasione di rientrare a casa, assumendo poco dopo anche la direzione del Giornale, tenuta poi per quasi quattro anni. Mirabile è il passaggio con cui spiega perché, oltre al compimento degli ottant'anni, abbia deciso di passare spontaneamente lo scettro a Maurizio Belpietro. «Si era, nella primavera 2001, alla vigilia delle elezioni politiche. La vittoria di Berlusconi e della sua coalizione di centrodestra appariva certa. Avevo avuto la responsabilità di direttore e il compito di commentare gli avvenimenti quando il centro-sinistra governava e Berlusconi era il leader dell'opposizione. Un giornale d'opposizione ha, giornalisticamente parlando, la vita facile. Può fare assegnamento su errori, goffaggini, gaffe, passi falsi dei governanti. Non mancano mai. Di conseguenza avevo la vita facile anche come articolista. Ma il giorno in cui il Giornale fosse diventato il quotidiano del governo, la vita sarebbe diventata molto più difficile, per il direttore articolista». Anche se la sua carriera lo ha portato in ogni angolo del mondo, Cervi è rimasto, anche professionalmente, molto legato a Milano. Dalla copertura del processo a Rina Fort alle severe critiche alla Milano salottiera che aveva sposato il Sessantotto, dalla bomba e dai processi di piazza Fontana alle truci vicende degli anni di piombo, è stato un testimone eccellente delle vicende della città. Molti sono gli episodi raccontati ne Gli anni del piombo cui ho partecipato direttamente. Indimenticabile, nella sua tragicità, fu il giorno dell'attentato a Montanelli. Cervi racconta come, a botta calda, fu mandato a commentare l'avvenimento a Telemontecarlo, allora l'unica televisione sottratta al monopolio Rai da cui, a turno, facevamo sentire la nostra voce prima ancora di affrontare i temi del giorno sul Giornale. A me sarebbe toccato un compito simile la sera, in occasione di un convegno al Teatro Nuovo dell'Arces, l'Associazione per il Rinnovamento dell'Economia e della Società cui noi del Giornale avevamo dato vita, insieme con accademici e colleghi di orientamento liberale di altre testate per resistere alla deriva del compromesso storico. Ero in stato semiconfusionale e non sapevo bene che posizioni assumere: per fortuna, ebbi l'idea di ascoltare Mario, e potei ispirarmi ancora una volta al suo innato equilibrio. Come dicevo più sopra, uno dei grandi meriti di Cervi è di essersi sempre sottratto al «politicamente corretto». Così, quando raccontò il golpe cileno di cui fu diretto testimone, non denunciò soltanto la brutalità di Pinochet ma anche le immense colpe di Allende, che stava portando il Paese alla rovina. Così, quando scoppiò la Craximania, non si lasciò mai incantare e mantenne anche nei momenti di maggior fortuna del leader socialista un certo distacco dai suoi metodi. Allo stesso criterio si è attenuto nel descrivere, confortato da una batteria di aneddoti e di episodi, i protagonisti del giornalismo della seconda metà del secolo scorso, da Ottone a Biagi, da Scalfari a Oriana Fallaci, anche se su alcuni avrei voluto saperne di più. Magari proverò a chiederglielo oggi, alla presentazione del libro.