Mario Scaglia, l’arte di saper scegliere

Un tempo i grandi committenti d’arte erano la Chiesa, i principi, i re, i nobili. Oggi tutto è cambiato, le banche e le fondazioni sono i nuovi mecenati ma per fortuna una nicchia di vecchi collezionisti privati - magari industriali - è riuscita a sopravvivere, dando vita a piccoli «musei». È il caso della raccolta di Mario Scaglia, il collezionista che per passione e per diletto ha raccolto fino dalla sua prima giovinezza una raffinata collezione di quadri e monete e oggetti. Grazie all’incontro con un restauratore milanese, in particolare negli anni Settanta, l’imprenditore lombardo iniziò la sua raccolta, che da oggi fino al 30 marzo è esposta al Museo Poldi Pezzoli (via Manzoni 12).
«L’arte del collezionare. La raccolta di Mario Scaglia, dipinti e sculture, medaglie plachette da Pisanello a Ceruti», accompagnata da un catalogo edito da Silvana Editoriale a cura di Andrea Di Lorenzo e Francesco Frangi, costituisce la quinta tappa di un percorso che, dopo le rassegne dedicate a Jacquemart-André, al Principe Lichtenstein, alla famiglia Borromeo di Arese e ai dipinti ottocenteschi di Gian Giacomo Casanova, indaga le diverse sfaccettature del collezionismo privato.
Ma chi è Mario Scaglia? Già presidente dell’Accademia di Carrara dal 1982 al 1993, è oggi presidente della Galleria d’arte moderna e contemporanea di Bergamo. Con un occhio all’arte e uno all’imprenditoria (settore metalmeccanico), Scaglia è riuscito a portare alla luce una raccolta molto originale in cui spiccano prevalentemente due filoni: l’amore per l’arte lombarda e la predilezione per il manufatto di piccole dimensioni ma di squisita fattura. Si tratta di una novantina di pezzi: solo di plachette Scaglia ne possiede 500, oggetti in bronzo d’epoca rinascimentale (realizzate in rilievo con materiali nobili e di soggetto figurativo) che nulla hanno da invidiare alle raccolte del Louvre o di altri importanti musei Oltreoceano. E poi «Il Cristo benedicente» (1470) e un «San Gerolamo penitente» di Andrea Previati (1517) e un bassorilievo in legno dei fratelli Del Maino che raffigura l’«Adorazione dei Magi». E ancora una «Natura morta» (1617) di Evaristo Baschenis e diverse opere di pittori della «realtà» lombarda, da Ceresa a Ghislandi fino a Ceruti. Tra le medaglie, i bassoriievi e le sculture trionfa il Riccio (Andrea Briosco) con una «Venere», Galezza Mondella con «Scipione» e il Pisanello con il ritratto di Giovanni VIII Paleologo.
Due masselli di legno di pero lavorati da Giovan Angelo e Tribuzio del Maino hanno dato vita a un’«Adorazione dei Magi» (1520), ma non è da sottovalutare la pittura straniera di Wals, Isac de Hoey, Wehrlin, Koening, Elsheimer, Bril.