Mario Terrosi e il vero Bianciardi

«Anche a Milano è un pianto, chiudono stabilimenti, ci sono cinquantamila disoccupati, molti lavoratori a orario ridotto. E piangono, forse più di quel che sarebbe lecito. Prima era di moda la sbruffoneria, ora è di moda il contrario, fingersi poveri, mendicare compassione. Prima urlavano al miracolo, ora urlano alla fine del mondo. Lasciamoli piangere». Fine gennaio 1965. Luciano Bianciardi si è già ritirato (in tutti i sensi) a Rapallo, dopo gli anni trascorsi «su», nel volontario esilio milanese. E scrive «giù», a Grosseto, all’amico di sempre Mario Terrosi. L’amico delle fanciullesche sassaiole, delle confessioni intime, delle illusioni e dei disinganni. Ce l’ha con tutti e con nessuno. È stanco e non lo nasconde. Si lascia andare. La sua battaglia non è più soda, e la vita continua a essere agra, anche se ha sopra quel poco di zucchero dato dalla sicurezza economica.
Il primo volume dell’«Antimeridiano» bianciardiano è in libreria da tre mesi. Ma non c’è il rischio che le lettere all’amico lontano (Bianciardi com’era, Stampa Alternativa, pagg. 73, euro 10) vengano schiacciate dal poderoso tomo. Al contrario, visto che ci portano la viva voce dell’ironia («ho diffuso la voce che Calvino sta scrivendo un altro libro, e che lo intitolerà Il marchese ritardato: è la storia di una giovane coppia che teme di avere un figlio, ma poi arriva il marchese e si tranquillizzano», 1 marzo ’62), della resa («lavorare è diventata una specie di intossicazione. Se non sto almeno cinque ore al giorno alla macchina da scrivere, mi sembra che mi manchi qualcosa. Speriamo che un giorno non mi spezzi...», 1 agosto ’59), del dolore («Oggi sono giù di morale. Tacconi Otello mi ha querelato per diffamazione: cioè per avere scritto che la Montecatini lo licenziò in seguito a un suo comizio di accusa contro i metodi della società. Io mi chiedo che mondo è questo», 5 maggio ’63).
In appendice, un breve intervento di Antonello Ricci mette in parallelo la Rapallo di Bianciardi (ribattezzata Nesci - cioè «stupidi» - in Aprire il fuoco) con il «castellaccio ghibellino abbandonato a pochi chilometri da Viterbo» di cui s’innamorò Pasolini nello stesso 1964 che vide l’arrivo del grossetano in Liguria. Bianciardi lavora in una camera pentagonale, come pentagonale è la torre da cui Pasolini spedisce le sue Lettere luterane. Sull’ultima lettera di Luciano a Terrosi, invece, il timbro postale è del 24 settembre 1971: «Io ho un poco di febbre e dunque ti lascio, torno a letto e mi leggo i racconti di Mario Terrosi». Cinquantuno giorni dopo, Bianciardi morirà. A Milano.