MARIO TOBINO L’uomo che dava del «tu» alla follia

Nasce una Fondazione dedicata allo scrittore-psichiatra viareggino. Il carattere e i suoi romanzi, la guerra in Libia, il rapporto con i «suoi» pazienti nei ricordi di un collega che lo conosceva bene...

Incontravo Mario Tobino nel tardo pomeriggio. Andavamo a cena alla Cantina di Carignano, un locale nella campagna di Lucca, un tempo stazione di posta. Tobino era in pensione da qualche anno, non abitava più nel manicomio di Maggiano, ma in un appartamento a Sant’Anna, nell’immediata periferia della città. Viveva da solo. Giovanna, la compagna che sovente appare di scorcio nei suoi libri, eccetto che in Una vacanza romana, dove le dedica pagine di un amore che solo lui poteva raccontare, era morta. Tobino, come dice anche Manlio Cancogni, è forse lo scrittore più intenso del nostro Novecento. Nei giorni scorsi, a 15 anni dalla scomparsa, a Lucca è stata costituita una Fondazione a lui dedicata con l’obiettivo di recuperare gli spazi dell’ex ospedale psichiatrico di Maggiano, dove lo scrittore lavorò a lungo e che ispirò uno dei suoi libri più conosciuti, Le libere donne di Magliano (1953).
Mario Tobino non parlava quasi mai di se stesso. Gli argomenti che gli interessavano erano altri, tra cui le vicende del suo passato che riviveva con ironia e lucidità. Ansioso, mi telefonava verso le sedici: non voleva mi dimenticassi d’andarlo a prendere con la macchina. In realtà amava la puntualità. Lo ammetteva dicendo che, per certi versi, era di formazione militare: oltre essere stato capitano medico nella guerra di Libia, quindi abituato alla disciplina, aveva dovuto continuare a vedersela con gli orari durante l’attività di psichiatra nel manicomio di Maggiano, protrattasi per ben quarant’anni. Arrivato davanti il cancello del condominio, era ad attendermi, con bastone e cappello. Vestiva in maniera elegante e aveva un sorriso largo e generoso, di quelli che non si dimenticano e fanno sentire la forza dell’amicizia. Voleva che camminassi piano, non per timore della velocità, ma perché doveva guardare il paesaggio. Lo capivo dal modo costante e curioso con cui scrutava fuori dal finestrino e la sua faccia si rasserenava, specie se era una giornata di sole o di primavera. Allora diceva: «Oggi l’aria scintilla». E iniziava a raccontare, la voce suadente e pacata di chi insegue immagini ben precise che, nonostante il tempo, non s’erano affatto sbiadite. La guerra, che narra ne Il deserto della Libia, gli aveva lasciato dentro emozioni forti non ancora smaltite. Le donne libiche erano belle quanto misteriose. Ne aveva veduto solo la forma dei corpi avvolti dentro le lunghe vesti e l’intensità degli occhi dietro i veli. Una scherma di sguardi che non poteva dimenticare alla stregua del ghibli, il vento del deserto che sembrava costringere il sole alla resa, facendolo venire rosso come una ferita. Poi, di notte, il silenzio dell’accampamento e le dune, dalle quali si stagliava sovente un’ombra amata e temuta nello stesso tempo: quella del generale Johannes Erwin Rommel, alias «la volpe del deserto», che passava in rassegna le truppe. Ma non in maniera severa. Voleva solo guardare in faccia i suoi uomini, a qualcuno dava una pacca su una spalla. Di statura appena sotto la media, aveva un aspetto disinvolto e nobile, proprio dell’uomo forte. Ma - sottolineava Tobino - nel suo sguardo c’era una profonda inquietudine, che cercava di mascherare con le buone maniere e un sorriso. Per il resto doveva vivere mentalmente altrove, ossia tra piani e strategie di battaglia.
Dal deserto della Libia, a Viareggio. I viaggi della vita avvengono in disordine. È la memoria che li ripristina alla stregua di sogni o di tormenti. Lo scrittore si rivedeva bambino sotto gli occhi degli amati genitori, poi insieme alla teppa del Piazzone, i suoi amici di giochi e d’avventura, poveri ma felici coi quali si recava sul molo, in mezzo ai calafati che verniciavano e incatramavano navi tra echi di mare e profumo di salmastro. Un giorno con suo padre, al Margherita, vide Giacomo Puccini. Un incontro ravvicinato. Suo padre conosceva il Maestro e andò a salutarlo. Puccini s’alzò dalla poltrona e, stretta la mano all’amico, carezzò una guancia del piccolo Mario. Non aveva ancora dieci anni. Di quella mano ricorderà il profumo d’acqua di colonia e di tabacco. Anche di lui ne ricordava la statura. Appena sopra la media. Puccini, di cui è stata di recente trovata la carta d’identità, era infatti alto un metro e settantotto. Ciò per dire quanto il suo sguardo fosse “fotografico” e attendibile.
Nell’adolescenza, capì d’essere uno scrittore: ogni volta che suo padre gli leggeva pagine de I promessi sposi avvertiva strane sensazioni: in quelle parole e stati d’animo di Renzo, Lucia, Don Rodrigo e Don Abbondio trovava se stesso. Provò a scrivere anche lui. Poesie e racconti. Inviò le prime al Selvaggio di Mino Maccari. Che gliele pubblicò. Fu l’inizio della sua vita di narratore, che avrebbe intrecciato a quella di medico di manicomio. Vivere l’esistenza e raccontarla testimoniandola, la sua missione. I giovani scrittori hanno sovente bisogno di un punto di riferimento, di un loro omologo più adulto che gli faccia da traino. Tobino lo trovò in Ardengo Soffici, lo scrittore-pittore che andò a trovare dopo aver pubblicato sul Selvaggio. Un viaggio in tram da Viareggio a Forte dei Marmi lungo la costa abbacinata di sole. Trovò Ardengo che, seduto dentro una stanza spoglia, leggeva. L’incontro fu cordialissimo. Tobino sottolineava, ogni volta che tornava su Soffici, come lo avesse trattato alla pari nonostante il divario di età. Lui neanche vent’anni, l’altro cinquantenne. Alto asciutto e calvo, Ardengo poteva sembrare a prima vista autoritario. Niente di tutto questo, invece. Parlava, inoltre, in modo sincero e onesto, ed aveva portato in Italia Rimbaud. Altro motivo per cui lui lo ammirava.
Gli ultimi anni di vita, oltre alla scrittura, Tobino continuò a dedicarli agli ammalati dell’ex psichiatrico di Maggiano, uomini e donne. Talvolta li andavamo a trovare insieme. I primi dovevano essere guardati a vista dagli infermieri: erano imprevedibili e violenti; le seconde vivevano in uno stato di ipocondria, silenziose e malinconiche. Ma lui riusciva a conversarvi. Non appena lo vedevano mostravano, infatti, attenzione e cordialità. Li contraccambiava con un sorriso, uno sguardo. Un giorno notai che l’espressione del suo volto diveniva in quegli attimi la medesima di quando scriveva o leggeva la Divina Commedia dell’altro suo maestro, Dante. Forse per lui, la vita era tutta un’opera d’arte. Grande il suo rammarico per la legge Basaglia. Diceva che gli ammalati di mente avrebbero avuto bisogno di strutture alternative ai manicomi, altrimenti sarebbe stata una catastrofe. Una profezia. Liberi, molti ammalati di mente, in tutto oltre tremila, moriranno in maniera tragica. Era il suo strazio, insieme a quello di essere stato frainteso e deriso da coloro che volevano sostituire la politica alla scienza. La «180» stava rivelandosi una legge-lager. Mi spiegava queste cose invitandomi a restargli fedele alla sua morte. È cosa che ho sempre cercato di fare. Tobino non voleva il carcere manicomiale, voleva solo il bene degli ammalati, in molti casi soli e abbandonati dalle stesse famiglie. Dovevano avere una casa, un punto di riferimento che la «180» non era in grado di dargli e, ancora, non gli ha dato.
Ci vedemmo pochi giorni prima che andasse in Sicilia a ritirare il premio «Pirandello». Era malinconico, ma so che, durante e dopo la cerimonia, fu allegro. La morte lo colse secondo i versi di una sua poesia: «Sono vecchio, celebre, felice. Quando il sangue mi scoppiava di pollini ho lavorato». Invece no, ha continuato fino in fondo. Implacabile con un antica stilografica riempiva quaderni come disegnasse o scrivesse musica. Mi è rimasto dentro alla stregua della stagione che prediligeva: l’estate.