Mario Vargas Llosa: "I demoni privati e pubblici sono il cuore della scrittura"

Lo scrittore su impegno e letteratura: "La politica attiva? Per me è stata una parentesi. Ma partecipare al dibattito è un dovere"

Mario Vargas Llosa, classe 1936, nato ad Arequipa in Perù, ha scritto opere memorabili per la forza dei contenuti, per l’invenzione di nuove strutture narrative e teatrali, per la trasposizione sulla pagina della lingua parlata. Ma è anche uno strenuo difensore dei diritti civili che si prodiga a tale scopo nell’attività pubblica e politica. Nel 1990 si candidò alla presidenza del Perù, venendo sconfitto per pochi voti. Lo intervistiamo alla vigilia della pubblicazione del suo prossimo libro, un romanzo dal titolo Il sogno del Celta che uscirà a novembre e sarà edito da Einaudi.

A proposito della sua attività politica: quali sono i motivi che l’hanno spinta a candidarsi e a occuparsi anche di politica oltre che di letteratura?
«L’ho fatto perché allora il Perù aveva una situazione molto difficile: una democrazia debole e vacillante, minacciata dalla rivoluzione terroristica di “Sendero Luminoso”, un’organizzazione maoista e fondamentalista, e dall’iperinflazione. La situazione era quindi molto delicata ed esisteva un serio pericolo per la democrazia. Fu in questo contesto che decisi di partecipare alla politica attiva. Era una cosa a cui non avevo mai pensato, la vedevo come un’esperienza transitoria: dopo un certo periodo sarei comunque tornato a dedicarmi ai miei libri. Perché la mia vocazione è sempre stata la letteratura. Anche se io sono convinto che uno scrittore abbia anche una responsabilità politica e civile: quella di partecipare in un modo o nell’altro ai dibattiti pubblici. Soprattutto in Paesi dove i problemi sono enormi e non risolti. È questa la ragione per la quale mentre scrivevo romanzi e facevo il giornalista, allo stesso tempo difendevo pubblicamente la democrazia, la libertà e la mia idea della civiltà».

Perché oggi un’intellettuale che si occupa di letteratura dovrebbe esprimere un giudizio anche nell’ambito politico?
«Io credo che uno scrittore sia anche un cittadino: e tutti i cittadini hanno l’obbligo morale e civile di partecipare alla vita della propria città e al funzionamento del Paese. Io come autore mi sono attivato con i miei scritti per ripulire il linguaggio politico, depurandolo da cliché e luoghi comuni. In questo campo la fantasia, l’immaginazione e la creatività di uno scrittore, con le sue idee e le sue convinzioni, possono essere importanti».

Nel suo saggio Tra Sartre e Camus, pubblicato di recente da Scheiwiller, illustra come un latinoamericano come lei, cresciuto seguendo la radicalità di Sartre, abbia finito per abbracciare il riformismo di Camus. Come lo spiega?
«Perché quando ero giovane l’idea della rivoluzione e del socialismo era molto attraente soprattutto per il Terzo Mondo dove quasi tutti i Paesi avevano dittature militari, dove l’illegalità economica e sociale erano enormi, dove la povertà dilagava tra la popolazione. Era un contesto scandaloso. In quel momento il socialismo e la rivoluzione avevano ancora un prestigio apocalittico. Ma dopo gli anni Sessanta, a poco a poco, ci fu l’invasione della Cecoslovacchia, la denuncia del Gulag di Solgenitsyn... Tutto questo ha mostrato il socialismo reale anziché il socialismo mitico che nell’immaginario collettivo era idealizzato. Da allora è cominciata una rivalutazioni dei valori democratici, della cultura della libertà, contro ogni forma di totalitarismo e autoritarismo».

Lei sostiene che dal dopoguerra a oggi le cose sono cambiate, i polemisti sono morti e da allora sono nate due generazioni di scrittori. Cosa vuol dire esattamente: cosa è cambiato realmente nello scenario politico-letterario da allora a oggi?
«Nello scenario politico la grande differenza è stata la scomparsa del comunismo. Esiste ancora in due Paesi, Cuba e Corea del Nord, ma è considerato un anacronismo terribile. Il comunismo è sparito per corruzione interna, per l’impotenza dal punto di vista economico e sociale. Credo che la grande differenza sia che la democrazia ha avuto un “protagonismo” che non ha mai avuto nel passato. La fine della Guerra Fredda e della rivalità ha disarmato nel mondo libero la mobilitazione degli intellettuali: molti di loro hanno fatto autocritica e hanno lottato per le conquiste democratiche. E tutto questo si riflette molto sulla letteratura del nostro tempo, che è una letteratura meno impegnata, più ludica, frivola e superficiale. Credo che rifletta il contesto storico molto differente».

Lei nei suoi libri parla di «demoni incontrollabili». Chi sono e come si manifestano questi demoni?
«Io credo che lo scrittore non agisca sulla pagina solo delineando la sua immaginazione, la sua fantasia, le sue invenzioni. Credo che la materia prima con la quale uno scrittore si misura, abbia a che fare con il ricordo. Credo che le memorie più intense e più feconde per uno scrittore siano legate a esperienze drammatiche, a grandi frustrazioni. Tutti stati d’animo apparentemente negativi. Questi “demoni” da un certo punto di vista possono avere effetti depressivi e ossessivi ma d’altra parte accendono la creatività di uno scrittore. Insomma il motivo del disagio può essere sociale o familiare, personale, associato all’infanzia oppure al sesso ma comunque è sempre di grande stimolo per la scrittura».

Il suo ultimo romanzo, Avventure della ragazza cattiva, parla di una donna che fa impazzire sadicamente d’amore il protagonista facendolo soffrire in ogni modo. È autobiografico? Ha incontrato realmente una donna così malvagia?
«Io credo che in realtà una donna così non sia cattiva: è l’origine, il mondo della protagonista che la spinge a percepire la vita come una selva dove sopravvive solo la donna forte. Concepisce un’esistenza un po’ darwiniana, anche se ha anche una certa innocenza o ingenuità. È anche un prodotto della società in cui vive: proviene da una famiglia molto umile ed è passata attraverso esperienze terribili che induriscono tremendamente la persona. Lei pensa di dover essere così, perché confonde un comportamento diverso, meno duro, con la debolezza. Il suo modo di agire è il risultato di un Paese passato attraverso esperienze terribili, che rendono gli animi di pietra».

Il suo prossimo romanzo di cosa parlerà?
«Il mio prossimo romanzo uscirà a novembre, si intitola Il sogno del Celta e in Italia sarà edito da Einaudi. È ispirato a un personaggio storico che si chiamava Roger Casement, ed è ambientato tra il Congo, l’Amazzonia e Irlanda. Casement fu amico di Joseph Conrad e documentò le atrocità contro gli indigeni. E lo sfruttamento del caucciù, tanto in Africa come in America del Sud».