Mario Venuti: «Farò Pantani ma resto il dandy del pop»

L’ ex leader dei Denovo, dopo il successo al Festival, ora è in tournée mentre Raiuno gli propone di interpretare il ruolo del campione

Antonio Lodetti

da Milano

«Interpreterò Pantani in una nuova fiction su Raiuno, ma non tradirò la musica e resterò sempre un dandy mediterraneo», racconta Mario Venuti, l’ex leader dei Denovo che, eliminato dall’ultimo Sanremo, ora si sta togliendo le sue belle soddisfazioni. Un altro posto nel mondo, il suo brano, è stato uno dei più trasmessi dalle radio e dei più scaricati su I-Tunes, l’album Magneti viaggia bene in classifica, il suo tour teatrale con Arancia Sonora funziona a gonfie vele, merito di un pop d’autore che sa colpire al primo colpo sfuggendo le trappole dell’usa e getta.
E ora si butta sulla carriera di attore.
«Mi hanno chiesto di interpretare il grande Pantani a due anni dalla morte perché tra noi c’è una certa somiglianza. Non ho ancora letto il copione perché sono in piena tournée e lo sarò fino a fine estate».
Per il ruolo di Pantani inizialmente si era pensato a Claudio Bisio.
«Anche lui assomiglia al campione. Mi piace l’idea di far rivivere un personaggio da leggenda come Pantani attraverso i suoi trionfi e il suo dramma personale».
Tranquillizziamo i suoi fan: non lascerà il pop.
«La fiction è una sfida stimolante e affascinante ma fa parte di un mondo diverso dal mio. Amo fare nuove esperienze ma la mia vita è la musica. In coda alla tournée sto programmando alcuni concerti acustici da solo, senza la band. Poi sto già pensando al nuovo album; ogni disco deve avere una identità sonora e compositiva differente, ora vorrei studiare qualcosa di più rockeggiante. Tra gli altri miei progetti c’è una collaborazione molto particolare con Nicola Conte, il chitarrista-disc jockey che rinnova il jazz tradizionale.Proporremo uno strano jazz all’italiana».
Lei è stato riscoperto a Sanremo 2004, dove vinse il Premio della critica, come ha vissuto l’ultimo Festival?
«Bene. Spente le luci, chiusi in un baule gli abiti da sera, spenti gli echi dei pettegolezzi, per fortuna resta soltanto la musica. E la mia, grazie a Dio, sembra che piaccia al pubblico. Sanremo per me è sempre stato un’esperienza positiva. Non ho svenduto il mio stile e non sono diventato troppo sdolcinato».
Quindi il successo e le prospettive di oggi dipendono dal Festival?
«Solo in minima parte. È un palcoscenico importante ma d’altra parte è solo un tassello che si aggiunge alla mia credibilità. In fondo ho 42 anni e sono sulla scena da ventidue; sono vecchio ma amo pensare che la mia musica comunichi ancora un senso di freschezza e di novità. La mia storia parla per me».
E cosa racconta secondo lei la sua storia dai Denovo ad oggi?
«Una storia di fedeltà alle mie idee e di entusiasmo. Sono sempre alla ricerca del mio ideale estetico, ovvero una formula che fonde al meglio rock, melodia e poesia».
Una storia diversa dagli esordi nelle file del nuovo rock alternativo.
«Mi sono sempre sentito stretto nel ghetto del rock alternativo. Ovvero negli anni Ottanta c’era una separazione netta, un muro contro muro tra quel mondo e quello dei suoni commerciali. Una barriera sterile, che non portava a niente e che ho sempre cercato di abbattere in favore di un pop che non rinnegasse il rock ma si esprimesse in assoluta libertà».
Torniamo un attimo ai suoi punti di riferimento musicale.
«I Beatles innanzitutto. Sono nato con i loro 45 giri, li ho letteralmente consumati e hanno lasciato un segno indelebile su di me. Poi l’Elton John di dischi come Madman Across the Water e Tumbleweed Connection e tra i moderni i Coldplay. Naturalmente ci sono i nostri cantautori, il primo Venditti, il primo De Gregori a partire dall’esperienza Theorius Campus».
Lei scrive anche per Raf, Carmen Consoli, Antonella Ruggiero: si ritiene più autore o musicista?
«Non faccio differenze ma scrivere per altri è molto stimolante per cercare nuove strade. Ad esempio non avrei mai potuto scrivere Echi d’infinito per me; ma la nobile voce della Ruggiero l’ha resa una grande canzone».