Il marito la picchia, il giudice: torni da lui

Il caso di Genova. La donna vive in Italia, ma è stata condannata in Marocco dalla sharia. Il magistrato le ha ordinato di tornare con il compagno, nonostante le violenze

Genova - L’aveva trovata per strada un passante, mentre vagava piangendo e in profonda agitazione. Fouzia, una ragazza marocchina che adesso ha 21 anni, nel pomeriggio di un anno fa aveva confidato a quel signore incontrato a pochi metri dal portone di casa di essere sfuggita per miracolo al controllo di suocera e marito che la tenevano segregata da tre anni. Avevano chiamato i carabinieri seduta stante. Da lì la denuncia per maltrattamenti al coniuge, quasi coetaneo e cugino della ragazza, e la fuga con il ricovero in una comunità protetta per donne maltrattate. Ma a sorpresa, in questi giorni è arrivata una sentenza del tribunale della città di Guercif, in Marocco, a cui il marito Abdellah si era rivolto, e che impone la ragazza a tornare subito sui propri passi. «Il tribunale condanna - si legge nella sentenza - la convenuta a rientrare nella casa coniugale, con esecuzione immediata della sentenza». La ragazza, si legge nel provvedimento datato 3 luglio 2008, dovrà pagare anche le spese processuali. È la Sharia, la dura legge coranica.

«Ma il marito non ha alcuna intenzione di riprendersela, ormai - chiarisce subito il legale dell’uomo, l’avvocato Gianfranco Pagano -. Il ragazzo ha ventitré anni ed è anche piuttosto attraente e forse la moglie ha agito per gelosia. Sono otto anni che lui si trova in Italia. Le nozze sono avvenute cinque anni fa in Marocco, dove i due, che sono parenti, si frequentavano da bambini e da bambini si sono sposati». Secondo le testimonianze non ci sarebbero stati problemi fino all’arrivo della donna in Italia. «È andata a vivere con il marito e la mamma di lui - spiega l’avvocato della ragazza, Maria Barra -, e qui sono iniziati i problemi». Opposte, naturalmente, le versioni dei litiganti che non si sono più incontrati da quel pomeriggio. E parlano tramite i legali. Mentre il marito porta in tribunale prove su prove che la donna era libera di frequentare corsi di italiano e di andare anche da sola dal medico, lei si difende dicendo che la vita era diventata impossibile e che non poteva uscire di casa se non accompagnata e velata dalla testa ai piedi, come prevede la legge coranica. Adesso la sentenza della corte marocchina, che non può essere recepita dai nostri tribunali perché non esiste la reciprocità tra gli ordinamenti, potrebbe tuttavia avere un peso nelle prossime vicende giudiziarie italiane che riguardano la coppia.

Da una parte l’uomo, che attende di essere interrogato dal sostituto procuratore di Genova Marco Airoldi nell’ambito del procedimento a suo carico per le accuse di violenza, ha visto riconosciuta la propria ragione dai giudici del suo Paese. Dall’altra, la moglie teme che qualcuno la possa riportare in quell’appartamento sulle alture del ponente genovese con la forza. E lei in quella casa non ci vuole più andare. «Troppe violenze», dice. «Si dispera ed è molto preoccupata - spiega l’avvocato Barra -, anche perché lei non ha molte disponibilità economiche e ritiene che per questo motivo non sarà tutelata nella causa di divorzio che la coppia ha attivato in Marocco. Fouzia vuole il divorzio, ma non lo può avere in Italia. È per questo motivo che senza la fuga non si sarebbe mai potuta liberare del marito. E in quella casa lei sostiene di essere vissuta in uno stato di profonda soggezione psicologica».

«Noi abbiamo le prove che usciva come qualunque altra ragazza - contrattacca l’avvocato Pagano -. Adesso vogliamo solo che Abdellah possa parlare con il procuratore per chiarire la propria posizione e uscire a testa alta dalla vicenda». Per il momento la sharia, la legge coranica, è stata più veloce di quella italiana.