Mark, un fulmine che fa lo sprint anche in Lambretta

Cavendish, 23 anni, straccia tutti: vive all’isola di Man, ma ama l’Italia e il suo scooter. «I soldi? Meglio vincere»

Oohlalà! Esclamano i francesi. Perbacco, che forza questo ragazzino, ci sa fare in volata. Commenti di ammirazione, come se Mark Cavendish al Giro d’Italia non avesse fatto vedere nulla, come se non avesse vinto due volate e una l’avesse regalata al suo compagno di squadra. Per accorgersi di qualcuno, da queste parti, devi necessariamente passargli sotto il naso. Sotto il loro naso. Altrimenti non vale.
Sono fatti così, i francesi. Ben fatto è anche Mark Cavendish, 23 anni, nuovo prodigio del velocismo mondiale orfano di Alessandro Petacchi (fermo per squalifica, tornerà a fine agosto, ndr). La sua accelerazione è stata degna del soprannome Cannonball (palla di cannone) che gli hanno dato i compagni di squadra della Columbia. «Ora che McEwen non è più così esplosivo, credo di essere il numero uno al mondo nei 100 metri finali – dice lui, che ieri però ha fatto una volata di quasi il doppio -. Ho solo 23 anni e posso solo migliorare». Dice orgoglioso e sicuro, quasi come fosse una minaccia, un grido di guerra.
Nei mesi delle corse fa base a Quarrata, in Toscana, dove Max Sciandri ha fissato il quartier generale della squadra britannica. Mark vive a casa del ct, e quando è da noi, oltre ad allenarsi e farsi coccolare a base di cibo italiano, adora girare in Lambretta. «Sto cercando casa, molto presto voglio trasferirmi da voi, il vostro Paese è troppo bello: non solo per fare il ciclista...», dice sornione. All’Isola di Man, dove vive, invece alleva cavalli, polli e agnelli nella nuova fattoria comprata con la fidanzata Melissa. «Non corro per soldi, ma perché amo questo sport e adoro vincere», dice lui. Adora vincere e lo fa bene. Ieri ha centrato la sua prima vittoria al Tour lasciandosi alle spalle Freire, Zabel, Hushovd e Cooke, e scusate se è poco. E quel che ha impressionato è il modo in cui ha vinto: lui volava, gli altri arrancavano.
La tappa di ieri è stata caratterizza da una lunghissima fuga che ha preso corpo dopo soli undici chilometri, promossa dal francese Jegou, seguito dai connazionali Brard e Vogondy. I tre procedono di comune accordo tutto il giorno e arrivano ad avere dopo 52 chilometri di corsa un vantaggio di 8'15". Il divario comincia a scendere poco dopo, quando il gruppo reagisce e comincia a limare secondi. L'arrivo in volata sembra scontato, ma i tre in fuga resistono e il gruppo piomba su di loro solo in vista dell'ultimo chilometro. Vogondy non si arrende e prova il colpo da «finisseur», mentre dietro la volata è ormai lanciatissima. Il campione francese viene ripreso a 150 metri dalla fine, mentre sul traguardo Cavendish finalizza il lavoro del Team Columbia precedendo lo spagnolo Freire e il tedesco Zabel. Nono posto per il nostro Francesco Chicchi.
Il Tour oggi sale, e Mauricio Soler, il colombiano che un anno fa si era tolto la soddisfazione di vestire a Parigi la maglia a «pois» di miglior scalatore, scende. Fine delle trasmissioni. Dopo una serie di cadute al Giro e in questo inizio di Tour, il colombiano della Barloworld ha gettato la spugna: troppo dolore al polso, picchiato anche ieri nella caduta che l'ha visto nuovamente protagonista durante il trasferimento dal raduno di partenza al chilometro zero. «Ho cercato di partire, ma il dolore era troppo forte e sono stato costretto a fermarmi. Cosa posso dire? È un anno no. Ci sono anni che non ti succede nulla e altri che fatichi a stare in piedi. Adesso per esempio mi sento molto in equilibrio precario...», ha detto il colombiano salendo sull’ammiraglia, sorretto da Alberto Volpi, il suo diesse.