Markarian, il benzinaio che ha fatto ripartire il Perù

L'Argentina risorge con Messi in versione playmaker e un Gago gendarme di centrocampo alle sue spalle. Forse Batista ha ritrovato le giuste alchimie, anche se il Costarica era davvero poca roba, propedeutiche comunque in vista di un quarto di finale da far tremare i polsi contro l'Uruguay che si è qualificato battendo il Messico 1-0 con Alvaro Pereira. E se la coppa America ritrova le sue pretendenti al trono dopo gli esami di riparazione, i riflettori si spostano sui timonieri, soprattutto su quelli che hanno fatto gridare al miracolo con risorse umane apparentemente modeste.
Cesar Farias, tecnico del Venezuela dei ragazzini terribili Orozco e Rondon gongola e il passaggio al secondo turno viene festeggiato con la solita teatralità da Hugo Chavez. Il presidentissimo non solo si è attribuito la paternità dei trionfi e il merito di aver scelto «personalmente» l'allenatore. E' andato ben oltre, ricordando che «Farias ha 38 anni ed è più giovane e bravo del tanto pubblicizzato Guardiola. Non abbiamo fenomeni, ma stiamo giocando meglio del Barcellona».
La storia di Sergio Makarian ha invece tutti i contorni di un incipit da romanzo. Nato 66 anni fa in Azerbaigian ed emigrato bambino in Uruguay, ha tirato fuori l'orgoglio di un Perù che dai tempi di Spagna ’82 (anni dei Cubillas, Uribe e Barbadillo) non cavava un ragno dal buco. Per i "limenas" è semplicemente El Mago, per lo scrittore premio Nobel Mario Vargas Llosa è «l'uomo che ha regalato quell'amore sopito per la maglia peruviana». Prima che sul Bicolor, che in Argentina si è presentato privo dei "tedeschi" Pizarro e Farfan (assenti per guai fisici, ma anche per ragioni disciplinari dovute a una scappatella in un night di Panama durante il ritiro), Markarian la bacchetta magica l'ha usata su se stesso. Povero e squattrinato, tirava a campare da garzone in una pompa di benzina a Montevideo. Nel 1974 pianse come un bambino per l'eliminazione ai mondiali di Germania del suo Uruguay per mano dell'Olanda "meccanica" di Cruijff e Neeskens. Da quel momento decise di diventare allenatore per lavare l'onta della sconfitta Celeste e forse anche per porre fine a una carriera agonistica piuttosto anonima.
La vendetta non si è ancora consumata. Questioni di strade che il caso non ha provveduto a far convergere. Ma partendo dai dilettanti ha imposto il proprio credo, scalando montagne e guidando squadre di autentico blasone come i greci del Panathinaikos, battuti solo dal Porto di Mourinho . Quella che sta vivendo col Perù del "viola" Juan Manuel Vargas e del cecchino Pablo Guerrero è già una favola. Con un lieto fine ancora tutto da scrivere.