Il marketing sportivo in tempi di crisi

Dibattito all’Università "Foro Italico" di Roma organizzato da Acciari Consultino e Censis Servizi. In futuro gli investimenti in sponsorizzazioni dello sport saranno il 40 per cento del totale
<br />

Come cambia il marketing sportivo in tempi di crisi? Come scegliere eventi e sport per comunicare in un momento finanziario difficile?. Ne hanno discusso esperti del settore nella Sala Marinozzi dell'Università degli Studi di Roma “Foro Italico” durante il workshop “Lavori in corsa”, ideato dall’Acciari Consulting e da Censis Servizi. «La crisi finanziaria sta cambiando gli scenari mondiali, da qui a pochi mesi avremo una nuova società con nuovi stili di vita. Dobbiamo essere pronti a cambiare anche noi», ha detto Alberto Acciari, presidente della società di consulenza nata nel 1996 e specializzata in marketing communication e professore di marketing sportivo all’Università “Foro Italico”. Nella seconda edizione del workshop, Acciari ha proposto alcune linee generali da seguire, tra le quali spicca l’impiego di eventi e sponsorizzazioni per permettere al consumatore di sentirsi con «meno difese e più coinvolgimento» e riguadagnare «la fiducia nel prodotto e in chi lo vende», perchè «non c’è acquisto senza fiducia». Dall’incontro - al quale hanno partecipato anche Massimo Simone, responsabile Comunicazione e Public Affair di Poste Italiane, Marco Fanfani di AD TBWA Italia, Daniele Colla, direttore marketing e comunicazione Allianz e Alessandro Cochi, delegato allo sport del Comune di Roma - sono emersi altri dati interessanti. Secondo un’indagine del Censis, il Centro Studi e Investimenti Sociali, condotta da un pool di esperti, gli investimenti in sponsorizzazioni nello sport rappresenteranno nell’immediato futuro il 40% degli investimenti totali, superando di gran lunga settori come la cultura, il sociale (comunque in crescita), la musica e lo spettacolo. Lo sport dunque unisce e crea una nuova tendenza, quella che Acciari chiama «neotribale», verso la quale si dirige il singolo, il consumatore, che vuole «sentirsi più forte e meno numero». E le aziende, emerge ancora dalle rilevazioni, vedono ancora nel calcio, nonostante gli scandali e la violenza, il terreno per nuove tribù, e, dunque, per considerevoli investimenti.