Marlon collezionava malattie Romy, 60 sigarette al giorno

Luigi Mascheroni

Morì, molto prosaicamente, per un'infezione sopraggiunta a seguito di un'operazione di ulcera gastrica, «inconveniente» che oggi si risolve con gli antibiotici mentre all'epoca - nel '26 - era fatale. Ma poteva Rodolfo Pietro Guglielmi, in arte Rodolfo Valentino, l'uomo che fece innamorare di sé un intero secolo, il latin lover per eccellenza, lo «Sceicco», uscire di scena ad appena 31 anni per una banalità simile? No davvero, e infatti si sparsero subito voci incontrollabili: «Macché ulcera perforata, l'ha avvelenato una amante delusa». «È stato accoltellato da un marito geloso». «Si è intossicato con una lozione per arrestare la caduta dei capelli». Orson Welles invece, un gigante dal punto di vista del genio così come del fisico, fu sempre un soggetto a rischio infarto: tendente all'obesità fin da piccolo, a quarant'anni aveva già sfondato i cento chili arrivando fino a 160; un colesterolo che raggiungeva le stesse vette della sua fantasia creatrice; abbuffate leggendarie - ogni giorno mangiava due bistecche al sangue e beveva mezzo litro di scotch - sigari e caffè come da copione, senza contare le coronarie ballerine. Fu stroncato da un infarto, a Hollywood, il 10 ottobre 1985, esattamente lo stesso giorno in cui si spegneva un'altra stella, Yul Brynner, attore anomalo come le sue origini - nato agli estremi confini della Russia non si sa esattamente in che anno da padre di origini mongole e madre zingara romena, cresciuto a Parigi ma naturalizzato americano - che dovette una buonissima parte del proprio successo a una forma devastante di calvizie e che fumava con regolarità cinquanta sigarette al giorno: gli diagnosticarono il cancro ai polmoni a poco più di cinquant’anni; morì nel giro di tre, lasciando come testamento un messaggio registrato mandato in onda dalla Abc nel momento di massimo ascolto della rete: «Adesso che me ne sono andato, vi dico una sola cosa: non fumate».
Peggio di lui riuscì a fare solo la «principessa» Romy Schneider che faceva fuori tre pacchetti di Marlboro al giorno, ai quali aggiungeva però abbondanti dosi di superalcolici, sedativi, stimolanti, sonniferi, droghe varie e psicofarmaci. Chiuse con il cinema e con la vita a 44 anni: «collasso cardiaco» recitava l'esame autoptico, «suicidio» strillarono i giornali. E fumo, whisky e cocaina, se si vuole fare un altro nome, furono anche i compagni inseparabili di Sammy Davis Jr il quale nonostante da giovane avesse perduto un occhio in un incidente stradale, trovò benissimo la via del successo: dimostrò che anche un uomo di colore poteva fare tutto ciò che voleva, ma in cambio si beccò un cancro alla gola. Morì nel maggio del 1990 e pochi mesi prima, ospite di un celebre programma televisivo americano, non riuscì a pronunciare una parola: il pubblico gli tributò un'appassionata e interminabile standig ovation.
Sono solo alcuni dei «pazienti» famosi visitati da Luciano Sterpellone, valente patologo clinico e prolifico scrittore, nel suo Hollywood Hospital (Sei, pagg. 208, euro 13,50; prefazione di Bruno Gambarotta), libro a metà tra la raccolta di cartelle cliniche di un anatomopatologo amante dei vecchi film e la collezione di biografie di un cinefilo col gusto del macabro. Ma che alla fine al vantaggio di raccontare la storia del cinema (e per contraltare quella della medicina) in un modo quantomeno originale e - al di là dei singoli drammi - anche molto divertente. E così, di reparto in reparto, in questo bizzarro e variegato Hollywood Hospital sfilano tutte le grandi star: Marlon Brando, assolutamente unico anche nelle malattie (diabete, colesterolemia, scompensi cardiaci, ipertensione, obesità, arteriosclerosi.), Marilyn Monroe con la sua fornitissima farmacia e pasticcheria, la favolosa Rita «Gilda» Hayworth cancellata dall'Alzheimer; la macelleria di villa Melcher, a Bel-Air, dove fu massacrata Sharon Tate nell'agosto del '69, il triste patologico tramonto di Stan Laurel e Oliver Hardy, indifferenti uno all'altro per un'intera vita - tra alti e bassi tipici di ogni coppia - e poi inseparabili nella malattia. Cosa questa, a pensarci bene, che capita anche ai comuni mortali.