Marlowe e il suo «Edoardo II»: quando il dramma si fa persona

Il regista Latella scandaglia la natura dell’uomo contemporaneo

Igor Principe

Lo dice senza mezzi termini: «Spiegare uno spettacolo è attività inutile. Ogni spettatore, vedendolo, compie un viaggio personale e si fa la sua idea». Nell'ottica dell'artista, la tesi è inconfutabile. Nell'ottica di chi acquista un giornale, tuttavia, la posizione di Antonio Latella è destinata a soccombere davanti alla pretesa che legittima l'acquisto medesimo: voler essere informati.
Nello specifico della pagina spettacoli, quella pretesa si declina nel farsi un'idea di cosa passi a teatro nella propria città. Latella conosce certi meccanismi e non mostra i crismi del genio arroccato in un mondo tutto suo; quindi, accetta - e con un certo piacere - di parlare dell’Edoardo II, lo spettacolo che dal 18 al 30 aprile porterà in scena al Teatro Grassi. In primo luogo, della scelta di affrontare un autore come Cristopher Marlowe.
«È un lavoro difficile, e voglio dare atto al Teatro Stabile dell'Umbria del coraggio di una produzione come questa - spiega -. Marlowe è un autore scabroso, non per le storie che racconta quanto per questioni politiche, scomode ancora oggi. Il suo atteggiamento verso la Chiesa è lo stesso di Giordano Bruno, i suoi lavori sono ricchi di riferimenti alla filosofia e al pensiero di quest'ultimo».
L'aggancio al filosofo nolano consente al regista di stendere un filo rosso con la Cena delle Ceneri, da lui affrontata in passato. «La religione pone Dio e l'uomo al centro delle cose, Bruno e Marlowe scardinano quella centralità e ridimensionano quella visione. Per loro l'uomo non è che una piccolissima parte all'interno di un disegno molto più grande».
Da cui l'elemento divino non è assente. Anzi. «Edoardo a un certo punto si chiede perché lui, un re, debba piegarsi alla volontà di un prete. In altre parole, perché debba soccombere al volere di una struttura che si serve di Dio per fare politica, quando invece il compito dell'istituzione è quello di favorire e stimolare l'incontro tra Dio e l'uomo. In questo - prosegue Latella - Marlowe è vicino ad altri autori che ho esplorato: Pasolini, Testori. E soprattutto, è in questo la sua contemporaneità come classico: ricordare il valore di un uomo che si sacrifica per un pensiero liberale e che non scende a compromessi».
Alla profondità del cosiddetto «messaggio» si unisce la pluralità dei livelli di lettura che Edoardo II suggerisce allo spettatore: dall'omosessualità al rigore con cui è doveroso accettare il proprio destino. Temi che Latella, in coerenza con se stesso, lascia al viaggio di chi sta in platea. Ma in cui si può trovare qualche spunto per rispondere a una domanda forse banale: perché, pur contemporaneo di Shakespeare e grande come questi nello scandagliare la natura dell'uomo, Marlowe non è altrettanto conosciuto?
«Forse per la scomodità di cui ho detto prima, che ha un aspetto paradossale - spiega il regista -. E cioè la linearità della sua scrittura. Mentre ogni passaggio di Shakespeare offre una metafora, Marlowe è diretto come pochi. Edoardo II ne è il miglior esempio, anche perché è il testo che ci è giunto nella versione più fedele all'originale. Una sorta di manifesto della vita dell'autore, e una giustificazione per la sua morte, avvenuta nel 1593, quando aveva ventinove anni. Un commensale lo accoltellò in una taverna a Londra, e non si esclude che l'incidente sia stato organizzato per eliminare un personaggio troppo scandaloso per il tempo».
Gli attori che saliranno sul palco sono quelli che Latella guida da tempo: Danilo Nigrelli nella parte del protagonista, affiancato tra gli altri da Marco Foschi, Giuseppe Lanino, Annibale Pavone, Cinzia Spanò. La loro azione si muoverà lungo una scena vuota, in cui l'unico elemento che spicca con forza è il simbolo del potere, la corona. Un rigore che fa da contraltare al barocco della lingua, e che si intona con gli abiti talari vestiti dagli attori, chiaro riferimento al potere temporale ecclesiastico.