«Per Marmigi 7 anni e 4 mesi»

Stefano Vladovich

Sette anni e 4 mesi a Luca Marmigi. È la richiesta inviata al gup Maria Grazia Giammarinaro dai pm Ilaria Calò e Italo Ormanni nella seconda tappa del processo con rito abbreviato per la morte di Paola Bianchi, 28 anni, la collaboratrice Rai trovata priva di vita sul Gianicolo la notte fra il 23 e il 24 dicembre del 2003. L’uomo è accusato di omicidio colposo, occultamento di cadavere e simulazione di reato. «Non riesco a dimenticare e andare avanti - commenta in lacrime, all’uscita dall’aula, la mamma di Paola, Luciana Treccioli -. Voglio giustizia. Sono rimasta sola, lui si ricostruirà una vita, mentre io non vivo più. Ieri sono andata sulla sua tomba e le ho chiesto di portarmi via con sé perché non ce la faccio più a vivere». La donna, separata dal marito, è stata fra le ultime persone a vedere Paola viva, all’ora di cena di quella maledetta antivigilia di Natale. Luciana, rivolta a Luca mentre era sulla soglia di casa, si era raccomandata: «Te l’affido, non fate sciocchezze».
Dopo il «congelamento» dei beni dell’imputato, chiesto per evitare che, in caso di condanna, non sia in grado di risarcire i familiari di Paola, Marmigi torna alla sbarra. Durante la requisitoria il pm ripercorre le fasi delle indagini svolte dai carabinieri di via in Selci, sottolineando le diverse versioni fornite da Marmigi, tutte smantellate di volta in volta dagli inquirenti. Per l’accusa avrebbe abbandonato in strada la programmista televisiva colta da malore per una serie di cause fra cui l’assunzione di un forte calmante, benzodiazepine, e hashish.
Paola e Luca erano amanti anche se questi conviveva con un’altra donna, Alessandra, al quartiere Africano. Quel giorno i due vanno in centro per gli acquisti di Natale. A ora di cena la coppia passa a casa di Paola, in via Ozanam, a Monteverde, per lasciare i regali sotto l’albero. Alle 21 i due escono di nuovo. Alle 21.30 fanno uno spuntino in una pizzeria in via di Donna Olimpia. Paola riceve una telefonata, l’ultima. È di un’amica, Maria. Sono le 22.40: «Tutto bene, dobbiamo ancora cenare», dice la poveretta. L’autopsia confermerà un pasto abbondante. Ai carabinieri l’uomo fornisce una prima versione («l’ho accompagnata a casa, stava bene»). In caserma, però, ritratta. Secondo il primo racconto Luca, dopo avere lasciato la ragazza, la cerca ma lei non risponde al telefono. Preoccupato, si mette a cercarla assieme all’amico e vicino di casa Corrado. Tra l’1.30 e le 2 del mattino incontrano una «gazzella» del 112. Il corpo di Paola è a terra. I carabinieri di via in Selci scoprono che i due, dopo cena, sono andati sul Gianicolo e, a bordo della Ford Fiesta di Luca, hanno litigato furiosamente. In Procura (il 6 e il 16 febbraio 2004) Luca ammette la lite. Motivo? Lui avrebbe voluto trascorrere le festività con la sua compagna, ignara della storia con Paola. È l’1.15: Paola, stizzita, scende dall’auto. Seconda versione: Luca sostiene, a quel punto, di essersi allontanato, restando nelle vicinanze. Falso. Va, invece, a Campo de’ Fiori, a Prato Falcone e sul lungotevere della Vittoria: a inchiodarlo la registrazione dei suoi movimenti sulle celle telefoniche. Ribatte: «Non ricordo bene». Va peggio quando spiega il sangue nell’auto con un randagio investito. Ma quelle tracce ematiche sono di Paola. Lo scenario ipotizzato? I due litigano dopo avere fumato uno spinello e Paola prende un calmante. Si sente male, perde addirittura sangue da un orecchio e Marmigi cerca di rianimarla. La situazione precipita, Luca la crede morta e decide di abbandonarla senza assicurarsi, in ospedale, che lo fosse davvero. Perché? Per timore di uno scandalo.