Il marocchino espulso raccoglieva istruzioni per preparare bombe

Torna l'allarme terrorismo. Mohammed Takoullah era un aspirante kamikaze
Trovato materiale informatico su ordigni esplosivi

Voleva aprire la sua «bottega del terrore», Mohammed Takoullah, il marocchino trentottenne espulso sabato pomeriggio da Malpensa con un provvedimento firmato dal ministro dell’Interno. Voleva aprire la sua piccola centrale terroristica per seminare morte e colpire i nemici del (suo) Islam. Le notizie sul decreto firmato al Viminale e convalidato due giorni fa dal tribunale milanese confermano lo schema del terrorismo in «franchising». Il musulmano residente a Treviglio (Bergamo) voleva insomma fare come Mohamed Game, il libico che ad ottobre attaccò la Perrucchetti con una bomba artigianalmente fabbricata con lo stesso materiale esplosivo utilizzato negli attacchi che a Londra fecero strage. Voleva emulare Game e per questo aveva acquisito negli stessi ambienti le «istruzioni per l’uso». Takoullah non risulta coinvolto nell’attentato del 12 ottobre - altrimenti sarebbe stato lui stesso sottoposto a misure cautelari, piuttosto che essere rimpatriato - ma dalle indagini condotte nell’ambiente del fondamentalismo islamico risultano concreti elementi di una reale pericolosità: il marocchino aveva avuto documenti informatici sulla preparazione di ordigni, oltre al solito materiale propagandistico per fare proselitismo e lavaggi del cervello. Takoullah era un immigrato regolare. Viveva in Italia da qualche anno, sempre nella Bergamasca, dove gli era stato rilasciato il permesso di soggiorno e dove faceva lavoretti saltuari per tirare avanti, niente di stabile. Non era un personaggio noto nell’ambito della comunità islamica, ma salta agli occhi ancora una volta il nome - che torna sempre - dell’Istituto islamico di viale Jenner, il secondo centro musulmano cittadino per numero di fedeli, a lungo al centro di polemiche per la preghiera in strada e sui marciapiedi del viale - non lontano da piazzale Maciachini. L’Istituto culturale torna nell’occhio del ciclone. Ad ottobre in molti avevano chiesto la sua chiusura dopo l’attentato alla caserma Santa Barbara di piazzale Perrucchetti, quando era emerso che l’attentatore, il giovane libico Mohamed Game, aveva frequentato per un certo periodo le preghiere del centro, tanto da essere immortalato domenica 20 settembre mentre partecipava al servizio d’ordine della festa di Id Al Fitr, la seconda festività religiosa più importante della cultura islamica, ultimo giorno del mese di Ramadan. In quella occasione Game si era intrattenuto a parlare con i giornalisti e a negoziare con loro un’intervista alle donne col velo che erano dentro la Fabbrica del Vapore, eccezionalmente deputata a ospitare una preghiera con oltre 2mila persone. Quello stesso giorno fu aggredita Daniela Santanchè, che oggi risulta uno degli obiettivi che anche Takoullah aveva nel mirino. E quello stesso giorno la preghiera a cui Game e forse Takoullah assistettero fu condotta dall’imam Abu Imad, il controverso «sacerdote» egiziano che era già stato indagato con l’accusa di far parte di un gruppo di estremisti impegnati nella preparazione di progetti terroristici anche contro l’attuale presidente egiziano, poi condannato - in Appello - a 3 anni e 7 mesi per terrorismo. Era subentrato ad Anwar Shaban che si era arruolato come mujaheddin per morire combattendo in Bosnia. Ora Abu Imad è stato sostituito, ma ciò non è bastato a scacciare l’ombra che pesa su viale Jenner. Il sospetto di essere una calamita di esaltati o malintenzionati. Anche per questo i residenti di viale Jenner tornano a chiedere un incontro al sindaco Letizia Moratti.
AlGia