Maroni accelera sul Tfr, i sindacati rallentano

Bossi: «Aiutare le aziende ma La Lega sta con i lavoratori»

da Roma

Il decreto sulla previdenza complementare è in dirittura di arrivo. Il ministro Maroni è ottimista di poter chiudere presto la partita ma il testo di riforma sul trf - limato durante l’estate - ancora non soddisfa i sindacati. Domani il ministero del Welfare presenterà alle parti sociali il decreto - che dovrà essere approvato entro il termine fissato per la delega, ossia il 6 ottobre - ma Cgil, Cisl e Uil annunciano che non ci sarà nessun confronto e che manderanno dei tecnici a ritirare il testo. Riservandosi tutto il tempo necessario per approfondirlo ed esprimere il loro giudizio. Mentre la Confindustria deciderà in merito ai nuovi fondi pensione mercoledì, durante una giunta straordinaria convocata ad hoc dal presidente Montezemolo. Il direttore generale Maurizio Beretta vuole ricevere «un testo completo, dove sia tutto nero su bianco». Ossia, con tutti «i meccanismi di compensazione finanziaria per le imprese che perdono il tfr» e il protocollo firmato dall’Abi sull’accesso al credito. Per Umberto Bossi, tuttavia, al centro ci sono i lavoratori: «Bisognerà trovare il sistema di aiutare le imprese ma non si può portar via il Tfr ai lavoratori». Il leader lumbard si sente forte del «peso che la Lega ha nel governo» nel far passare questa linea. «Non sarà contenta la Confindustria - ha aggiunto - ma nel sistema anche i lavoratori qualche volta devono vincere».
Per Gugliemo Epifani (Cgil) «l’accordo è possibile o meno. Ma lo si capirà entro fine mese: il problema dei compensi alle imprese tira in gioco la finanziaria». E Savino Pezzotta (Cisl) ribadisce che «mancano alcune certezze sui finanziamenti, il Tesoro deve dare una risposta».
La «scorrettezza» dei sindacati, intenzionati a disertare il confronto, fa infuriare il sottosegretario al Lavoro Alberto Brambilla, che si dice «allucinato del loro rispetto istituzionale», specie quando «abbiamo accolto praticamente il 99% delle loro richieste». Brambilla assicura che «la soluzione sul tfr» è a portata di mano: sono state individuate le forme di compensazione per l’accesso al credito delle aziende (private della liquidità del tfr che confluirà nei fondi pensione), accontentando insieme banche e imprese. Le soluzioni sono: un fondo di garanzia pubblico a cui attingere in base «a una griglia di valutazione», destinato tuttavia alle aziende sane e non a quelle in «situazione irrecuperabile», che verrà inserito nel protocollo firmato da Abi e Welfare; le deduzioni fiscali (4% per le grandi imprese e 6% per le pmi); e il superbonus con cui tagliare il costo del lavoro e incentivare le aziende a «rinunciare» al tfr.
Un quadro che «si rasserena ancora di più» se si aggiungono gli stanziamenti extra che Siniscalco avrebbe assicurato al collega Maroni (circa 300-350 milioni di euro in più). Risorse che «dovranno essere inserite nella finanziaria». Il Welfare ha lavorato duro in questi mesi e Brambilla non intenda piegarsi ai sindacati: «Non credo che se Zapatero o Schröder avessero fatto una riforma di questo tipo, i sindacati si comportrebbero così. Ma non si può fare politica solo con le polemiche e con le invettive, c’è un livello oltre il quale non si può andare».