Maroni alza il prezzo, poi si ritira

Non voleva riprendersi Cè in giunta, Formigoni, perché un ripescaggio avrebbe significato una propria sconfitta. Ha accettato soltanto quando è stato certo di uscire dalla villa berlusconiana di Arcore comunque rafforzato.
Lo sarebbe stato molto di più se, le medesime condizioni, le avesse ottenute nel vertice pomeridiano di due settimane fa, quello in cui i capi del Carroccio si presentarono a Villa San Martino con l’intenzione di non mollare il loro assessore, solo che in quell’occasione il governatore lombardo non forzò la mano e non pose le condizioni «capestro» concordate in quest’ultimo confronto perché riteneva ancora possibile di poter sostituire Cè.
A quel punto, però, i lumbard tirarono fuori a sorpresa la carta Maroni, proponendolo come possibile alternativa, seppur alla condizione che gli venissero assegnati dei super-poteri: sanità più il welfare, controllato dal loro «nemico» Giancarlo Abelli. Un modo come un altro per uscire vincenti in ogni caso dallo scontro politico. Non avevano però tenuto in conto un elemento fondamentale per poter centrare questo loro obbiettivo: la reale disponibilità di Maroni a trasferirsi al Pirellone. Che, nonostante le dichiarazioni di facciata, non c’è mai stata. E l’altra sera, ad Arcore, i commensali lo hanno capito nel momento in cui il leghista ha alzato il prezzo per poter abbandonare per davvero il ministero al Welfare. Eventualità che lo stesso premier Berlusconi ha scongiurato fino alla fine.
Nel momento in cui Formigoni e la coordinatrice azzurra Gelmini si sono opposti al disegno pigliatutto di Maroni (sanità, più welfare, più lavoro), è tornato in gioco Cè. Che Formgoni ha riaccettato soltanto dopo intervento telefonico «catechizzatore» di Bossi all’interessato.