Maroni: "Carroccio e Pdl valgono già il 47%"

L'ex ministro del Welfare: "Ci presentiamo solo in alcune Regioni con una nostra lista e un simbolo ben visibile, come la Csu in Germania. E puntiamo al 5%"

Roma - Roberto Maroni, lei è un appassionato di calcio (lato Milan). Se la coalizione che avete costruito, Lega e Popolo della libertà, fosse una squadra, quale sarebbe?
«Mi ci lasci pensare un secondo».

L’Inter?
«Assolutamente no. Semmai somiglierebbe di più al Barcellona. Una squadra compatta, con fuoriclasse come Ronaldinho; con qualcuno in panchina e un forte attacco. Per questo, auspico - come tutti - che l’Udc entri in squadra. Una cosa è certa: l’Udc non può entrare e fare una seconda squadra. Sarebbe un ritorno al passato».

Invece, sia in uno schieramento sia nell’altro si sta andando verso un bipolarismo senza referendum...
«Esattamente così. Con un particolare. Nel centrodestra il Popolo della libertà ha prodotto un fenomeno di forte attrazione. Nel centrosinistra, invece, la nascita del Partito democratico ha prodotto la nascita di due sinistre».

Anche voi della Lega, però, vi presentati distinti dal Pdl...
«Certo. Ma perché Berlusconi ha riconosciuto alla Lega una presenza territoriale. Come la Csu bavarese. Per questo ha accettato che non ci presentassimo insieme sotto un unico simbolo. Al Nord, nelle regioni che decideremo di comune accordo, ci presenteremo con la nostra lista, con il nostro simbolo ben visibile, ma all’interno della coalizione. Come la Csu con la Cdu, in Germania».

E che risultati contate di raggiungere?
«In base alle elezioni del 2006, il Pdl senza l’Udc dovrebbe raggiungere il 42%; noi il 5%. Nel complesso, visto che siamo nella stessa coalizione, potremmo prendere il 47%, che fa scattare il premio di maggioranza. Insomma, 340 deputati. È ovvio che se l’Udc aderisse al Pdl le cose andrebbero ancora meglio, visto che il Pd è fermo al 30%. E nella riunione di ieri sera (venerdì, ndr) tutti abbiamo auspicato che l’Udc entri nel Pdl. Per quanto ci riguarda, le soluzione adottate le riteniamo soddisfacenti. Berlusconi e Fini hanno fatto scelte ben chiare».

Liste diverse, diversi programmi?
«No. Programmi condivisi. Inizieremo a lavorarci da lunedì. Anzi, il programma sarà vincolante. Per quanto ci riguarda cercheremo di farci entrare principi di federalismo fiscale. La base di partenza sarà il programma del 2006. In più, Berlusconi vuole allegare al programma - cosa che condivido - anche i disegni di legge da approvare in tempi rapidi».

E la lista dei ministri?
«La deciderà Berlusconi. Vuole rispettare la legge e limitare a 12 il numero dei ministri con portafoglio. Nel complesso vuole fare un governo di 60 persone: la metà di quello di Prodi. Decide lui chi nominare e chi revocare. Vuole mettere in piedi una squadra affiatata per l’attuazione del programma. Comunque, per noi non è importante chi entra e chi non entra».

Al Senato, però, il quadro rischia di complicarsi...
«Al Senato gli schieramenti sono più vicini. Sono convinto che il centrosinistra finirà per fare dei velati accordi di desistenza con la sinistra estrema. Accordi che partiranno dalle elezioni locali. Per esempio, a Roma cosa succede? Insieme per le amministrative e non per le politiche? Mi sembra strano».

E Mastella nel Pdl?
«La cosa non ci riguarda. Decide Berlusconi, confidiamo nella sua saggezza. Saremo attenti, però, a tutto ciò che è utile per un’organizzazione federale dello Stato».

Un uomo del Nord, Pezzotta, ha fatto la Rosa Bianca...
«Mi dispiace per Pezzotta, ma quell’esperienza mi fa sorridere. Dalla Balena bianca alla Rosa bianca. Le rose appassiscono, hanno le spine. Credo sia un’operazione destinata al fallimento come tutti i ritorni al passato. Stiamo andando verso un bipolarismo più netto e loro fanno i centro, i centrini, il centrone. Una mossa degli apparati, delle lobbies, dei centri d’interesse».