Maroni: «Compagnia a rischio se non riesce più a competere»

Gian Maria De Francesco

da Roma

La maggioranza di governo è alla ricerca di una sintesi tra i diversi orientamenti sulla questione Alitalia. Una posizione unitaria potrebbe essere raggiunta anche oggi stesso quando in Consiglio dei ministri si discuterà di come presentarsi all’appuntamento di domani con i sindacati. Un fatto per l’esecutivo è chiaro: Alitalia è una società quotata della quale Via XX Settembre è l’azionista di riferimento con il 49% del capitale. Qualsiasi decisione non potrà prescindere da questo status.
Ieri il presidente del Consiglio, Silvio Berlusconi, ha ricordato le difficoltà connesse a una chiusura della società. «Non credo sia facile prendere una decisione di questo genere; c’è l’orgoglio della compagnia di bandiera», ha detto il premier, puntualizzando che «se non si facessero decine e decine di scioperi andrebbe meglio». Berlusconi ha rivolto una stoccata anche alla sinistra «che con i suoi comportamenti tramite i sindacati incoraggia in modo da rendere più difficile la situazione delle aziende che sono già in difficoltà». La completa privatizzazione di Alitalia con l’uscita dello Stato dalla compagine azionaria, invece, è una strada che in questi cinque anni non è stata percorsa per mantenere la concordia nella coalizione. «Io non sono un despota, non decido tutto da solo», ha affermato il presidente del Consiglio.
I componenti dell’esecutivo, tuttavia, hanno opinioni differenti. Per il ministro del Welfare, Roberto Maroni, «se Alitalia non ha la forza per competere, per trovare al suo interno le risorse, è destinata a portare i libri in tribunale, dopodiché la preoccupazione del governo saranno i posti di lavoro, come sempre: ci sono buone prospettive per creare una struttura nuova». Insomma il ministro leghista non intende lasciare molti margini di trattativa ai sindacati che domani incontreranno al governo: né su nuovi interventi pubblici né su eventuali cambi al vertice. «Non faccio il tifo per il fallimento - ha aggiunto - però il governo non può metterci più le pezze. Non si può pensare che tirando il collo a Cimoli poi intervenga il governo mettendo altri soldi: è sbagliato perché lo vieta l’Ue». L’oltranzismo delle proteste, secondo Maroni, avrà come unico effetto quello di «provocare problemi finanziari alla società».
La linea del dialogo, seppur con diverse modulazioni, avvicina An e Udc. Il ministro delle Politiche agricole, Gianni Alemanno, ritiene che «se Alitalia fallisse sarebbe un dramma e una follia: l’Italia come Paese a forte vocazione turistica ha bisogno di una compagnia di bandiera e l’Alitalia oggi paga gravi errori manageriali». La privatizzazione, pertanto, è un percorso possibile purché non si tratti «di una vendita o di uno smantellamento».
Il ministro della Funzione pubblica, Mario Baccini, considera necessaria «una verifica del piano industriale a trecentosessanta gradi con sindacati e amministratori per trovare un punto comune ed evitare lo scontro frontale». Per questo motivo Baccini intende far sì che oggi il Consiglio dei ministri esprima un orientamento in vista della riunione di domani al quale lo stesso Baccini intende partecipare.
Intanto la triade di centrosinistra Veltroni-Gasbarra-Marrazzo che governa Comune di Roma, Provincia e Regione Lazio ha scritto al premier Berlusconi chiedendo di essere invitata al tavolo con i sindacati esprimendo preoccupazione per le sorti di Alitalia, ma soprattutto chiedendo l’eliminazione della «duplicazione inefficiente degli hub», ovvero far fuori Malpensa per rilanciare Fiumicino. Anche tra i sindacati, però, non c’è unità. Se Claudio Genovesi della Fit-Cisl ha chiesto un nuovo piano industriale, per Fabrizio Solari della Filt-Cgil l’importante è evitare il «rischio-spezzatino», ovvero il completo scorporo dei servizi dalle attività di volo.