Maroni: «Fiat, basta pressioni sul governo»

Letta e Buttiglione spingono per la mediazione: «Il piano Marchionne sta dando buoni e insperati frutti»

Gian Maria De Francesco

da Roma

Tensione ieri tra il ministro del Welfare, Roberto Maroni, e la Fiat sul problema dei circa mille esuberi del Lingotto per il quale governo e azienda stanno cercando una soluzione.
Lo sfogo di Maroni è giunto in conferenza stampa al termine del Consiglio dei ministri. «Ora basta. Invito il management della Fiat a cessare certi comportamenti di pressione su alcune forze politiche per cercare di portarmi a più miti consigli, perché sono controproducenti», ha detto il ministro. «Sono da respingere nel modo più fermo le accuse e le allusioni del ministro Maroni», ha risposto il portavoce della Fiat.
La riunione dell’esecutivo di ieri ha infatti affrontato il nodo-Fiat e si è subito creata una divergenza di vedute tra le tesi sostenute da Maroni (no alla mobilità lunga e alla deroga sulla riforma delle pensioni, ndr) appoggiate dal vicepremier Gianfranco Fini e il resto dell’esecutivo. Il sottosegretario alla presidenza del Consiglio, Gianni Letta, e il ministro Rocco Buttiglione, hanno invece invitato alla mediazione sottolineando come il nuovo corso torinese dell’amministratore delegato Sergio Marchionne «stia insperatamente e inaspettatamente dando buoni frutti».
Secondo fonti del Welfare, tuttavia, sarebbero giunte telefonate ad alcuni ministri del Sud da parte della Fiat con la promessa di nuove assunzioni a Termini Imerese al fine di far ripartire il dialogo. Il ministro per il Mezzogiorno, Gianfranco Micchiché, ha confermato di essere stato contattato dal Lingotto ma di «non aver ricevuto pressioni in cambio di assunzioni» perché «sarebbe gravissimo». Comunque, il ministro Maroni ha deciso di convocare separatamente l’azienda e le parti sociali mercoledì prossimo per cercare di trovare un accordo. Da una parte il ministro proporrà un «ventaglio di soluzioni» (comprendenti anche l’associazione di cassa integrazione ordinaria, straordinaria e mobilità) senza però derogare alla riforma delle pensioni, che ha introdotto requisiti più severi per il ritiro. Dall’altra parte Fiat e sindacati, concordi per opposti motivi sulla necessità di fare presto.
Che dopo lo sfogo il clima si sia rasserenato lo ha confermato lo stesso ministro Maroni al Giornale. «Siamo pronti a sostenere lo sforzo di Fiat di ripartire nel rispetto delle regole e a parità di condizioni con le altre imprese», ha dichiarato. Insomma, niente decreti ad hoc e niente privilegi, ma disponibilità all’ascolto delle ragioni di un’azienda che conferma l’impegno ad internazionalizzarsi con una serie di accordi di produzione all’estero. Ultimo, quello con Tata Motors in India. «Dieci anni fa - ha ricordato Maroni - l’avvocato Agnelli è riuscito a risolvere il problema di 15mila esuberi direttamente con il sindacato e senza l’intervento del governo».
La Fiat, dal canto suo, ha ribadito che il ricorso a strumenti straordinari è stato proposto per cercare una soluzione «che tenga conto anche delle necessità dei lavoratori e del territorio». La ripresa del gruppo, che vede avvicinarsi l’utile anche nell’Auto, è stata ottenuta anche grazie al sacrificio dei mille esuberi che si vorrebbe accompagnare alla pensione senza ricorrere al licenziamento. Anche per poter poi assumere nuova manodopera qualificata. E come ha ricordato martedì scorso l’ad Sergio Marchionne «negli scorsi dieci anni la Fiat ha sempre contribuito più di quello che ha usato» dal cosiddetto fondo Inps per la cassa integrazione con un surplus di circa 300 milioni di euro.
I sindacati dei metalmeccanici Fim-Cisl e Uilm-Uil hanno accolto favorevolmente la proposta del ministro di sedersi attorno a un tavolo. «La chiedevamo da tempo. È utile. Non importa come ma bisogna evitare che la gente finisca per strada», ha detto il segretario generale della Fim, Giorgio Caprioli. Piuttosto fredda la Fiom-Cgil che vorrebbe ridiscutere l’intero piano industriale della Fiat. «È un atto dovuto», ha affermato il segretario nazionale Giorgio Cremaschi.