Maroni: «Sì, purché la sicurezza sia garantita»

Il titolare del Viminale a Cernobbio rilancia l’idea del Guardasigilli: «Oggi incontrerò il mio collega francese, da loro nessuna evasione»

nostro inviato a Cernobbio (Como)

«Signor ministro, poi la posso disturbare?». Roberto Maroni se ne sta lì, a un tavolino, con un ospite di riguardo, dietro a due marcantoni della scorta. Guardie del corpo all’italiana, doverosamente massicce, ma che nel languido torpore lariano si concedono di sorridere e commentare - «quelle nuvole là sono tutta pioggia», sentenzia uno - il tempo che fa e che farà. Il ministro dell’Interno, fazzolettino verde e faccia grigia, vistosamente stanca, mi fa un cenno di assenso. Come dire: «Un attimo e arrivo».
Al Workshop Ambrosetti, in quel di Cernobbio, è l’ultimo giorno dei lavori: per tradizione e per frequentazione, è anche il giorno più italiano, il più politico e di conseguenza il più affollato e incasinato. Arrivano infatti tutti: banchieri e soubrette, industriali e opinionisti, belle donne come Afef e - per la legge del contrasto - Antonio Di Pietro.
Maroni si alza, saluta l’ospite, e con aria rassegnata si appresta all’ennesima domanda sul tema del giorno: l’Ici che sì e l’Ici che no, il federalismo a rischio, Calderoli che minaccia di darsi fuoco. Invece no, lo spiazzo: «Cosa c’è di vero nelle voci che parlano di un progetto governativo per alleggerire di nuovo il sovraffollamento delle carceri? Si parla di rimpatriare i detenuti stranieri e di mettere ai domiciliari gli italiani, pur se sotto stretto controllo grazie al braccialetto elettronico».
Lui risponde da Maroni, sempre pacato e imperturbabile: «C’è di vero anzitutto che ho avuto un incontro con il ministro della Giustizia, Angelino Alfano», scandisce. «E che abbiamo effettivamente parlato di strumenti alternativi al carcere, ma subordinati all’ovvia condizione che quegli stessi strumenti debbano garantire il 100% di sicurezza anti-evasione. Altrimenti, stranieri o italiani che siano, li lasceremo in cella».
Gli strumenti, precisa il ministro varesino, prima della politica avvocato, ma ancora e sempre tastierista della band Distretto 51, «sono due: il primo consiste nel rispedire a casa, o per essere più precisi nelle carceri dei loro rispettivi Paesi, sia gli stranieri extracomunitari sia quelli comunitari». Obietto che la gente comune potrebbe dire che se occhio non vede... Insomma, quali certezze ci sarebbero sull’effettivo completamento della pena?
Obiezione prevista. «È il punto chiave - ribatte pronto Maroni - perché per avere piena sicurezza il governo dovrà stringere accordi bilaterali con gli altri Paesi interessati. Un lavoro che inizieremo presto. Il ministero della Giustizia ha già pronto l’elenco degli stranieri attualmente “ospiti” nelle nostre carceri, diviso per nazionalità. Quindi sappiamo quali sono i Paesi con cui possiamo cominciare a discutere per giungere ad accordi bilaterali soddisfacenti».
Aggettivo impegnativo, seppure un po’ generico. «In questo caso “soddisfacenti” va inteso come garanzia che il detenuto sconti effettivamente e fino in fondo, in una cella del suo Paese, la pena comminatagli dalla giustizia italiana. Perché così o niente - e il tono si fa duro -, altrimenti vorrebbe dire rimetterlo in libertà».
Resta il secondo strumento, il braccialetto elettronico, che non è proprio un’assoluta novità. «Vero, si tratta infatti di riconsiderare, ma ad altre e precise condizioni, il progetto già preso in esame in Italia nel 2001 - storicizza Maroni -, ma mai decollato perché non c’era la tecnologia adeguata a garantire una sicurezza assoluta. Ma c’è stato un sensibile progresso tecnologico». Tanto che in Francia, dice il ministro, ci sono diverse migliaia di detenuti ai domiciliari, sotto sorveglianza 24 ore su 24 grazie ai nuovi braccialetti. «Con risultati straordinari: percentuale di evasione dello zero per cento. Così stiamo valutando questa soluzione e domani (oggi per chi legge, ndr) sarò a Parigi per parlarne con il mio collega francese. Voglio verificare se possiamo usarli anche noi». Inutile chiedergli che margine di «difetto» potrebbe accettare. «Ovviamente margine zero, come in Francia. Perché il presupposto, lo ripeterò fino a stancarmi, dev’essere la garanzia assoluta che nessuno possa evadere dai domiciliari. In caso contrario, niente braccialetto».