Marrazzo adesso scende dal treno elettorale

Daniele Petraroli

Parole, parole, parole. «Nei primi cento giorni di governo riattiverò la linea Orte-Civitavecchia». Parole soltanto parole. «È uno scandalo che quel treno sia fermo da più di quarant’anni. Quando sarò governatore ci penserò io». Sarà. Ma dal suo insediamento di giorni ne sono trascorsi quasi 150 e non solo non si sono visti nuovi fondi da parte della Regione per risistemare la ferrovia, ma Marrazzo è riuscito a rimangiarsi completamente la sua promessa elettorale. Con buona pace di Civitavecchia, Orte, delle acciaierie di Terni e di tutto il quadrante nord del Lazio. Il 24 settembre, infatti, in occasione di un’iniziativa di solidarietà proprio nella cittadina portuale, Marrazzo incalzato dalle domande dei presenti sulla ferrovia Orte-Civitavecchia, ha fatto dietrofront. Non sarebbe una priorità per il momento. «Quella linea può andar bene per il trasporto passeggeri - ha risposto - al massimo per il traffico turistico, ma non per le merci per le quali preferiamo completare l’anello ferroviario nord». Insomma la via di Roma. La Orte-Civitavecchia può attendere. Tutte le merci dirette al porto, che, lo ricordiamo, è l’unico scalo italiano a poter vantare una crescita commerciale annuale del 20 per cento, dunque, dovranno continuare a passare per la Capitale.
Ma andiamo con ordine. La ferrovia Civitavecchia-Capranica-Orte, in funzione dal 1929, viene interrotta da una frana di modeste dimensioni nel 1961. Da allora tra Capranica e Civitavecchia il servizio è stato interrotto, mentre tra Orte e Capranica è andato avanti fino al 1995, seppure limitato a poche corse giornaliere. A metà degli anni Ottanta arriva il primo stanziamento per ripristinare la linea. Duecento miliardi di lire investiti tra il 1985 e il 1994. Eppure l’anno successivo la linea chiude definitivamente i battenti. Da allora la situazione è in stallo. Il primo tratto, quello tra Orte e Capranica di 44 chilometri circa, è pronto. Anche i successivi 36 chilometri sono stati ristrutturati. Ricostruite le gallerie, rifatti i ponti e allargata la sede ferroviaria, mancano solamente i binari. Gli ultimi sei chilometri, invece, sono in condizioni disastrose. Per questo nel 1998 sono stati stanziati altri 123 miliardi per tentare di far ripartire il treno. Ma questa volta i soldi non sono stati mai spesi e la ferrovia, di conseguenza, mai completata. Tanto che le gallerie vengono utilizzate dai pastori per ricoverare le pecore durante la notte.
E siamo al 2005. Marrazzo pur di battere Storace nella corsa alla Pisana promette mari e monti a tutti. In particolare, come detto, promette di sbloccare la situazione della Orte-Civitavecchia entro 100 giorni dal suo insediamento per la gioia degli operatori del porto e, forse ancor di più, delle acciaierie Krupp di Terni. Il trasporto dell’acciaio, infatti, è stato uno dei più penalizzati in questi anni. Solo due le strade. Su gomma, tra sperdute stradine provinciali della campagna viterbese, o su treno, passando però per lo snodo, trafficatissimo, di Roma. Oltre a un percorso decisamente più lungo (165 chilometri contro gli 86 della Orte-Civitavecchia) anche i costi lievitano. E qui sveliamo l’arcano. A chi conviene mantenere chiusa la ferrovia dell’alto Lazio? A Rfi, naturalmente. La società per azioni che gestisce la rete ferroviaria italiana fa pagare il pedaggio a seconda dei minuti di permanenza sui binari. Secondo l’assurdo decreto del 2000, quindi, Rfi ha tutto l’interesse a diminuire la velocità di percorrenza dei convogli merci in modo da farli pagare di più. In media, è stato calcolato, un treno partito da Terni ci mette quattro ore ad arrivare a Civitavecchia passando per la Capitale, a un costo di 650 euro. Viceversa se fosse aperta la Orte-Civitavecchia ci metterebbe la metà e costerebbe appena 190 euro. «È come se per andare da Roma a Milano “Autostrade” mi costringesse a passare per Reggio Calabria per farmi sborsare di più - spiega Gabriele Pillon del “Comitato ferrovia Civitavecchia-Orte” -. Così si penalizza il porto, le acciaierie ternane, già in crisi e tutto lo sviluppo dell’Alto Lazio».
Insomma un pasticcio. Di cui Marrazzo non ha intenzione di farsi carico. Ma, si sa, è facile fare promesse prima delle elezioni ed è ancora più facile rimangiarsele subito dopo. Parole, parole, parole.