«Marrazzo continua a giocare sull’equivoco I tagli di posti letto non li decide il governo»

«Continuiamo a leggere, accanto all’annuncio di ogni iniziativa della Regione Lazio in materia di sanità, “su indicazione del Governo”. Sia chiaro, è assolutamente falso”. Non ha dubbi il senatore Cesare Cursi, presidente dell’Osservatorio sanità e salute e della Commissione Industria di Palazzo Madama.
Non dica che non è opera del Governo Berlusconi quella di aver imposto il rispetto dei conti?
«E lo rivendico con orgoglio. Da cittadino prima e da esponente della PdL poi. Il Governo Berlusconi ha decretato con forza la fine degli sprechi di risorse in sanità, ha stabilito che anche per il Lazio vale l’obbligo del rispetto dell’equilibrio di bilancio, come per tutte le altre regioni, applicando semplicemente le norme volute dal Governo Prodi».
Che prevedevano?
«Rispetto dei conti, diffida in caso contrario e successivo commissariamento in caso di ulteriore inerzia».
Misure corrette, quindi?
«Certo, ma applicate solo dall’attuale Governo. Che anzi ha fatto molto di più. Ha modificato la legge introducendo la possibilità che il Commissario governativo potesse essere il presidente della Regione, fattispecie prima esclusa. Ha previsto poi la possibilità di erogazione parziale dei fondi statali a fronte di concreti atti correttivi della spesa da parte della regione, per non strangolare le casse regionali; ha sancito la possibilità di nomina di sub-commissari. Le basta da parte di un Governo considerato “nemico”?».
Ora resta l’obbligo del rispetto dei piani di rientro?
«E guai se non fosse così. Ma lo Stato impone il rispetto dei tetti di spesa, non le manovre di politica regionale. Lo Stato impone cioè che la sanità nel Lazio debba costare come quella dell’Emilia Romagna o del Veneto, che a parità più o meno di abitanti spende quasi la metà delle risorse economiche, pur garantendo livelli di eccellenza delle prestazioni erogate».
Cioè come a dire: questo è il plafond a disposizione decidi tu dove spendere?
«È proprio così. Se la Regione Lazio registra un’offerta eccessiva di posti letto, e questo risponde a realtà, lo Stato si limita ad accertarlo. È poi la Regione che decide in piena autonomia di chiudere, ad esempio, il San Giacomo, poiché il risparmio di quei posti letto poteva essere ottenuto riducendo l’offerta pro-quota di altri grandi ospedali. Lo stesso dicasi per il privato in convenzione o per l’assistenza religiosa: è una libera scelta della Regione penalizzare questi settori che, come accertato, costano meno del pubblico e danno maggiori garanzie in termini di qualità delle prestazioni. Il Governo in queste cose non c’entra».
L’attuale gestione commissariale del Lazio ha dato però segni concreti di cambiamento, non le pare?
«Finalmente si è dato inizio a un percorso per la riorganizzazione del sistema sanitario regionale. E denoto anche un certo coraggio. Ma è cosa ben lontana dall’affermare che la strada intrapresa è quella giusta. Almeno ora il confronto è su temi concreti».
Per esempio?
«Si è data la chiara impostazione di voler incidere in maniera netta sul tema del rapporto pubblico-privato, principio espressamente sancito dalla riforma della 502 del 1992. Il principio di concorrenza introdotto dal legislatore era di stimolo reciproco per la crescita sia del settore pubblico che di quello privato. Quest’ultimo viene invece bocciato dalle delibere commissariali relegandolo, se tutto andrà bene, a super gestore di Rsa. Mi sembra davvero assurdo».
Il suo modello di sanità è un altro?
«Esattamente opposto. Al cittadino poco importa chi eroga il servizio. Importante è che sia gratuito e di qualità. E in questo, il privato in convenzione vince con uno scarto di quasi il 30%».
E il pubblico?
«Deve essere riorganizzato. Vi operano eccellenti professionalità, a vari livelli, che meritano attenta riqualificazione. Vedo un futuro in cui al pubblico competa sempre più una sanità d’eccellenza, dove la questione etica e il senso sociale del servizio reso, assumono carattere prevalente rispetto alla routine degli interventi quotidiani che possono ben essere lasciati al privato in convenzione».
Tutto da buttare quindi?
«La buona volontà è apprezzabile ma non basta. Vorrei conoscere quali accorgimenti sono stati adottati, ad esempio, per ridurre il gigantesco disavanzo del San Giovanni Addolarata, 90 milioni di euro all’anno, oppure dei macro-costi del San Camillo-Forlanini, superiori del 20% di quelli, per pari tipologia assistenziale, del Gemelli, oppure sapere come mai il tasso di rotazione dei posti letto, nel Lazio, è superiore di circa il 18% rispetto alla media nazionale».