Marrazzo crolla davanti ai pm: «Sì, da Natalie tiravo cocaina»

FUGA Esce coprendosi il volto e sale su un Suv L’avvocato: «Falso, Piero è uscito dal retro»

Massimo Malpica

RomaIndagato? No, per la procura. Ma ambienti investigativi confermano: la posizione giudiziaria di Piero Marrazzo ora è «molto delicata». Lui esce sotto la pioggia, nascondendosi dietro la moglie Roberta e due agenti, la testa coperta da un giaccone, nemmeno fosse un camorrista. Si infila nel Suv del suo avvocato Luca Petrucci, e dietro ai vetri oscurati continua a celarsi il volto. I flash immortalano solo la sua mano. Marrazzo lascia così gli uffici giudiziari di piazza Adriana, a Roma, dopo due ore di faccia a faccia con i pm dell’inchiesta sul presunto videoricatto ai danni dell’ex governatore.
Che senso ha nascondersi? Nessuno, solo l’istinto a sfuggire ai flash. Ma anche su questo dettaglio è giallo: il suo avvocato sostiene che quello non fosse lui, ma un suo collaboratore, e che Marrazzo sia andato via dalla porta posteriore. In entrambi i casi appare evidente la voglia di sparire dalla scena pubblica. A imbarazzare Piero, ancora una volta, sono le contraddizioni che ha dovuto chiarire con i pm nel suo secondo interrogatorio, dopo quello dello scorso 21 ottobre. Ammettendo, per la prima volta, che in quegli incontri con i trans «è capitato qualche volta che i soldi servissero anche per la droga, oltre che per le prestazioni sessuali». Una «confessione» (il 21 ottobre «azzardò l’ipotesi» che la coca l’avessero portata i carabinieri) che cambia gli scenari dell’indagine. E che non per caso viene accompagnata da un’altra precisazione, che incrina il quadro d’insieme ipotizzato dalla procura di Roma. «Non sono mai stato ricattato, quella in via Gradoli è stata una rapina», mette a verbale l’ex presidente laziale.
Con la cocaina in ballo, questa ricostruzione alla fine in parte conviene anche a lui. I pm immaginavano un uomo terrorizzato perché sorpreso con un trans e timoroso per la sua vita privata e per la sua immagine pubblica. Quindi pronto a staccare assegni ai due carabinieri infedeli, e a non dar peso ai contanti spariti dal portafogli. Se invece la dazione di denaro avviene dopo che l’ex presidente è stato pizzicato con la coca, il confine tra ricatto subìto e corruzione tentata sarebbe più labile, più rischioso.
Il cambio di rotta nelle dichiarazioni di Marrazzo accredita almeno in parte la versione raccontata dai carabinieri accusati di concussione, che verranno a loro volta interrogati oggi (ma si avvarranno della facoltà di non rispondere). Se per i pm avrebbero allestito una specie di «set cinematografico», sistemando ad hoc la polvere bianca su un tavolino accanto a una tessera intestata a Marrazzo, per rendere più appetibile il video e più stringente il ricatto, la confessione di Marrazzo adesso rischia di sparigliare le carte. Ammettendo l’uso della droga, smentendo l’ipotesi del ricatto, spiegando di esser rimasto vittima di una «rapina», l’indagine rischia di subire un contraccolpo. Anche perché le (diverse) versioni che su alcuni punti Marrazzo avrebbe fornito agli inquirenti potrebbero ritorcersi contro l’ex presidente della Regione Lazio. Che se oggi parla di rapina, ieri parlava di estorsione collegandola a tre assegni staccati ai due carabinieri autori dell’irruzione in via Gradoli. Assegni per 20mila euro, mai incassati dai carabinieri arrestati che negano di averli ricevuti, mai rintracciati dai carabinieri del Ros. Ne parla solo Marrazzo, che aveva spiegato ai magistrati di aver dato mandato al suo segretario di sporgere denuncia per bloccare quei cheque. Ma della denuncia pare non vi sia traccia.
A far virare la versione di Marrazzo forse è stata anche la sua amica trans, Natalie, che sentita in procura aveva fatto due ammissioni. La prima sulla presenza di cocaina. La seconda su un punto che, una volta di più, conferma paradossalmente il racconto dei carabinieri indagati: il 3 luglio, il giorno dell’irruzione, sulla porta della casa di via Gradoli ci sarebbe stato davvero il pusher Gianguarino Cafasso, l’uomo che secondo i carabinieri in quell’occasione avrebbe filmato, all’insaputa di tutti, il governatore col trans. Su questo ultimo punto Marrazzo avrebbe confermato la versione del primo interrogatorio, ossia che gli uomini che lo hanno terrorizzato erano solo due, e si erano qualificati come carabinieri.
In serata Marrazzo, attraverso il suo legale, ha chiesto «silenzio», e ha sostenuto che le indiscrezioni sul suo interrogatorio sono state «travisate». L’interpretazione «ufficiale» è più diplomatica: «Ho sempre svolto il mio ruolo di presidente della Regione Lazio nell’interesse esclusivo dei cittadini».