Marsciano, il marito di Barbara: "Assurdo sospettare di me"

Autopsia e tabulati telefonici spostano all’indietro l’ora della morte. Roberto al suo legale: "Sono stati i banditi. Non è vero che litigavamo di continuo". Sotto sequestro l’auto di famiglia: trovate macchie di sangue. E i familiari si dividono

Clero Bertoldi
Gian Marco Chiocci


Marsciano - Fino a qualche ora fa erano ancora una sola, grande, famiglia. E all’apparenza lo sono, e lo saranno ancora. In realtà i Cicioni e gli Spaccino si sono divisi, ognuno ha scelto di andare per la propria strada, affidandosi ad avvocati diversi. Ufficialmente per curare i propri interessi, di marito vedovo e di genitori senza più l’amata figlia. Ufficiosamente perché ogni parte in causa, qui a Marsciano, è divorata dai dubbi, indignata dalle indiscrezioni, preoccupata dalle perplessità degli inquirenti.

L’ultima novità (il sequestro dell’auto del marito, dove sono state trovate minuscole macchie di sangue) ha fatto traboccare l’argine della diplomazia domestica. L’avvocato Valeriano Tascini, legale della mamma della donna uccisa, la mette così: «La signora Simonetta Pangallo mi ha chiesto un aiuto in un momento così difficile per lei perché vuole un rapporto diretto con la procura». Quanto a spaccature e divisioni, Tascini glissa: «È legittimo fare controlli a 360 gradi, e mi sembra scontato che i carabinieri facciano accertamenti in ogni direzione, ivi compresi i familiari e gli amici. Ma è inutile fare voli pindarici, sbilanciarsi con le ipotesi, poiché al momento niente è sicuro. Quanto all’esistenza di denunce pregresse relative a liti in famiglia, tenderei a escluderlo categoricamente».

Altra campana quella del legale Michele Titoli, che Roberto Spaccino ha investito della difesa, dopo avergli candidamente confidato: «Avvocato, ma che sta succedendo? Non è vero che con Barbara litigavamo di continuo, è stato un furto, un furto, ma non è che questi adesso pensano a me? Sarebbe assurdo». Michele Titoli mette la mano sul fuoco per il ragazzo rimasto senza moglie e senza il terzo figlio. Confessa di provare indignazione per la violazione del segreto istruttorio e per certi retroscena rilanciati dai giornali «che tendono a dare una immagine negativa di una bravissima persona che sta soffrendo immensamente. Occorrerebbe - continua - una maggiore attenzione, e più delicatezza, senza i dati certi dell’autopsia ogni supposizione è fuori luogo».

Stiamo ai fatti, dunque. Si indaga più dentro che fuori la famiglia, anche e non solo sul marito di Barbara. Il test del Dna estratto dal materiale organico trovato sotto le unghie della vittima darà un volto al killer che verrà definitivamente identificato, e inchiodato, incrociando l’esame delle celle telefoniche con i risultati dell’autopsia che rimandano indietro le lancette dell’ora della morte. Quanto alle impronte, rinvenute dentro e fuori la villa, nonché sulla finestra che dà sulla strada, dicono poco in quanto appartengono non solo a parenti ma anche a soccorritori e carabinieri che hanno involontariamente inquinato il luogo del delitto dopo la scoperta del cadavere. Ne sono spuntate, però, due di troppo. Si indaga sul furto, ma anche sulla simulazione dello stesso. Ci si interroga sulle modalità del decesso (per soffocamento) e sulla possibilità che l’assassino abbia provato a bissare il grisbì precedente e sia stato scoperto, oltre che riconosciuto, da Barbara. Gli inquirenti continuano a ripetere che tutte le piste sono aperte quando il caso è già chiuso. Ma questo, per carità, non si deve ancora dire.