Marta: «L’alluvione è stata un complotto di tutti contro di me»

(...) Un’accusa che comunque Marta Vincenzi offre alla procura che sta indagando e che probabilmente, oltre agli architetti «fascisti» che coprirono il Bisagno, sarà costretta a pensare anche a qualche altro corresponsabile. «Sarà la magistratura a dire se hanno colpa coloro che non hanno deciso di fare certi interventi piuttosto che altri - spiega alla radio, sempre rivolgendosi a terzi -. Io mi assumo tutte le responsabilità (non le colpe, ndr) e non accuso nessuno, ma ricorderemo ai cittadini che c’è un organismo che decide sulle misure da prendere ed è composto dalla prefettura, dalla protezione civile e da tutti i soggetti che hanno un ruolo». Quindi, le misure da adottare sono compito di un comitato composto da persone di cui è facile individuare i nomi e che alla voce «soggetti che hanno un ruolo» non esclude altri enti locali, in primis proprio la Regione Liguria del compagno/nemico Claudio Burlando.
Insomma, chi ha deciso di non chiudere le scuole, non è la sindaco. Che tutt’al più si rimprovera di non aver insistito. «Col senno del poi, mi sento di dire che avrei dovuto pretendere di tenere chiuse le scuole - spiega la sindaca -. Ma anzi, non solo tutte le scuole, ma anche molte parti della città. Ma il senno del poi non aiuta». Quel senno del poi che, secondo Vincenzi, avrebbero fatto fruttare al meglio i congiurati, che altro non aspettavano che una bella alluvione per criticarla un po’. I media in prima fila, visto che alle domande di «Radio24», la sindaca ha risposto con una domanda: «Perché non chiedete le dimissioni degli altri sindaci dei Comuni colpiti? - ha perso i freni inibitori -. È stata fatta passare dall’inizio un’informazione sbagliata dei mezzi di informazione, nella quale si diceva: il sindaco di Genova ha deciso così perché aveva paura di decidere». Poi la stoccata agli altri congiurati, ai presunti amici. Anzi, compagni. «C’è stata una volontà forse latente da tempo da parte di molti di cogliere l’occasione per evidenziare un problema politico - completa la formulazione della tesi del complotto -. In questa città sono mesi che si parla di primarie. È stata una ghiotta occasione. Io non voglio accusare nessuno, voglio che si faccia tesoro della limitatezza delle informazioni, della tecnologia e degli strumenti che abbiamo per difenderci». Insomma, anche Protezione civile e Arpal hanno fatto una figuraccia perché non ci hanno capito granché. Ma soprattutto il 4 novembre sono state le Idi di marzo genovesi. Tutti pronti ad accoltellare la povera dittatora.
Tesi curiosa. Che si pensava potesse essere, per l’ennesima volta, smentita qualche ora dopo l’intervista in diretta. Alle 17, nel salone di rappresentanza di Palazzo Tursi, era stata convocata una conferenza stampa della giunta. Ma Marta Vincenzi non c’era. Cioè, c’era, ma era nell’ufficio accanto, separata da un muro e dalla porta a vetri del suo studio. Inutile attendere un faccia a faccia con lei. Silenzi, ipotesi di chiarimenti, rinvii. Tutto vano. La signora sindaco non ha ritenuto di chiarire ulteriormente i suoi sospetti in merito al complotto. Al termine dell’attesa, ha preferito affidare alla sua portavoce l’ingrato compito di non smentire né confermare. «La sindaco, a precise domande, ha risposto chiedendosi a voce alta perché tutta questa attenzione sia stata concentrata solo verso di lei - spiega la portavoce -. E se non ci siano altri motivi di tipo politico, visto che siamo a pochi mesi dalle elezioni». Domande? Accuse. Precise. Ai congiurati del Pd e a quanti mettono a loro disposizione gli organi di informazione.