Marta Wiecka

Nacque nel 1874 a Nowy Wiec, nella Pomerania polacca, terza dei tredici figli di un facoltoso latifondista. Sei di questi si fecero religiosi. Compiuti i diciotto anni Marta prese il velo tra le Figlie della Carità (le suore dalla cuffia ad ala di cigno fondate da s. Vincenzo Depaul) a Cracovia. Fu mandata a fare l’infermiera negli ospedali di Leopoli, Podhajce, Bochnia, Sniatyn, nei quali prestò la sua opera nell’arco di dodici anni. Tenera, affettuosa ed eroica, non si occupava solo dei corpi dei suoi malati ma anche delle loro anime. Nessuno, nei reparti in cui lavorò lei, morì senza avere chiesto gli ultimi sacramenti. Il suo esempio portava tutti gli infermieri a una maggiore dedizione. Addirittura, spesso finiva che si univano a lei anche nella preghiera. Non era raro il caso che, grazie a lei, gli ammalati di altre confessioni religiose si convertissero al cattolicesimo. Oggi ciò sarebbe definito «inaccettabile proselitismo» e condannato perfino dai preti. Già: approfittare di un malato… Il quale, una volta guarito, poteva benissimo tornare alle sue convinzioni precedenti, visto che il battesimo non è un marchio a fuoco. O denunciare la suora per circonvenzione di incapace. Ma nessuno lo fece mai, perché la gente a quei tempi era più seria. Suor Marta Wiecka morì eroicamente com’era vissuta: a Sniatyn si doveva disinfettare la camera di una ammalata di tifo e l’incarico era stato dato a un giovane infermiere padre di famiglia. Lei prese il suo posto e anche il contagio. Morì nel 1904. Il luogo passò ai polacchi, poi ai tedeschi e ai sovietici. Oggi è ucraino.