Martedì magro nelle Borse: crollano Europa e New York

Per l’indice «Ism-servizi» negli Usa è già recessione

da Milano

Altro che martedì grasso: è un pessimo carnevale per le Borse, costrette a indossare la maschera triste della recessione. Niente stelle filanti, troppe stelle cadenti: come i titoli crollati sotto il peso di vendite fitte e decise. Martedì nero e magro, con l’Europa di colpo alleggerita di altri 220 miliardi di euro di capitalizzazione, quanti ne sono stati sacrificati sull’altare di ribassi compresi tra il 2,6% di Londra e il 4% di Parigi, con Milano scivolata del 3%. E che dire del Super Tuesday a stelle e strisce? Certo buono per la politica, non proprio per Wall Street (meno 2,93% il Dow Jones; meno 3,08% il Nasdaq), che già si aggrappa al prossimo taglio dei tassi.
Insomma, tira un’aria poco primaverile, ben visibile sul barometro dell’ultimo indicatore Ism, quello che misura lo stato di salute del settore dei servizi. Segnala bufera: 41,9 punti in gennaio (era oltre 54 solo il mese prima), ben al di sotto della linea di demarcazione tra espansione e contrazione dell’attività. Un numero per niente magico, tradotto dai mercati con una sola parola: recessione. Anche perché un tracollo così brutale non si vedeva dall’ottobre 2001, periodo da brividi solo a pronunciarlo. Hank Paulson, segretario al Tesoro, non ha perso tempo per ribadire ieri la necessità di varare sollecitamente il pacchetto di sgravi fiscali da 150 miliardi di dollari, in modo da poter inviare già in maggio un assegno agli indebitati cittadini americani. Per alcuni osservatori, comunque, il soccorso federale arriverà comunque fuori tempo massimo, senza dunque riuscire a evitare la crisi. Lo stesso Ben Bernanke, così prodigo nel rifornire denaro a più buon mercato, rischia di veder vanificati i propri sforzi. Anzi: nella peggiore delle ipotesi, il numero uno della Fed potrebbe trascinare il Paese in una trappola di liquidità di keynesiana memoria. Eppure, le Borse si stringono attorno alla possibilità di un ulteriore ammorbidimento dei tassi da mezzo punto in marzo. Ne sono convinte al punto che ora i future sui Fed Fund accreditano al taglio il 98% di probabilità.
Taglio che di sicuro non arriverà oggi dalla riunione della Bce. Ancora una volta, il presidente Jean-Claude Trichet lascerà invariati al 4% i tassi di riferimento. Eppure, tra gli analisti si va facendo largo l’ipotesi che l’Eurotower possa smorzare i toni sull’inflazione, anche alla luce del pessimo dato di ieri sull’andamento dei servizi nell’Eurozona, calato in gennaio a 50,6 (dai precedenti 52 punti), il livello più basso da luglio 2003. Per di più, in Germania e in Italia l'indicatore è sceso sotto quota 50 (rispettivamente a 49,2 e a 47,9). Se Trichet dovesse davvero abbandonare l’enfasi anti-inflazionistica, la strada verso una sforbiciata dei tassi comincerebbe - forse - a farsi più praticabile.