Martinelli: «Attacco il terrorismo e devo andare in giro armato»

Domani esce «Il mercante di pietre». Il regista: «È un film su quanto sta accadendo. E costringe a riflettere»

Michele Anselmi

da Roma

Renzo Martinelli, ogni film una polemica, non usa perifrasi. «Ai rischi sono abituato. Quando uscì Porzûs fui minacciato dalle Br. Mi devastarono l’ufficio per Piazza delle Cinque Lune. La mia coscienza è tranquilla. Il mercante di pietre non è un attacco all’Islam, ma un film su quanto sta succedendo. E se un fanatico musulmano dovesse venire a trovarmi, vedrò cosa fare. Sono fatalista. Certo giro armato». Brusio in platea. Il regista, solita camicia bianca, barbetta grigia e capelli ricci, non indugia nell’effetto. «Altra domanda?». Ma il pensiero corre comunque al povero Theo Van Gogh, cineasta olandese sventrato per strada da un jihadista per via di un suo film.
Il caso vuole che Il mercante di pietre venga presentato nel giorno in cui i quotidiani titolano in prima pagina: «Il Papa: la guerra santa è contro Dio». Martinelli coglie al balzo la coincidenza per ribadire: «Dio è amore, non distruzione». E cita la scena del film che ritrae quattro dervisci rotanti, in una grotta della Cappadocia: «Il sufismo è un messaggio di pace. Per questo è avversato da Al Qaida».
Da domani nelle sale in 250 copie, distribuisce Medusa, Il mercante di pietre è un film naturalmente destinato a far chiasso. Non foss’altro perché, sotto forma di thriller erotico/esotico, racconta l’infiltrazione in Italia del terrorismo di matrice islamica. L’uomo del titolo, incarnato da Harvey Keitel, è un imprenditore italiano convertitosi all’Islam: Ludovico di giorno commercia in pietre preziose, conducendo una vita impeccabile, di notte organizza l’addestramento dei futuri kamikaze, dedicandosi alle cosiddette colombe, ossia i terroristi inconsapevoli. Qui la bella colomba Leda (l’attrice Jane March, che fu L'amante per Annaud), moglie di uno studioso di cose islamiche, Alceo, che ebbe le gambe tranciate durante l’attentato all’ambasciata Usa di Nairobi. Lei non resiste al sapor mediorientale di quel mercante soave che recita versi melodiosi. Finirà male, sul traghetto tra Calais a Dover, dove una bomba rinforzata da materiale radioattivo sta per esplodere. Al grido: «Il Corano è la nostra sciabola, il martirio il nostro destino».
Martinelli fa spettacolo, perciò usa gli espedienti del genere: sparatorie, sesso, dissolvenze a schiaffo, accelerazioni. Però guai a dirgli di aver «semplificato». Non ci sta. «Il mio cinema ha un senso maieutico, ti costringe a riflettere», teorizza, e sfodera un dossier di ritagli e fotocopie, una sfilza di citazioni, da Marc Bloch a Fernand Braudel, perché «per capire il presente bisogna conoscere il passato». Il passato offre una data cruciale, simbolicamente allarmante: l’11 settembre del 1683, quando l’armata di Maometto IV fu sconfitta alle porte di Vienna da ottantamila soldati cristiani grazie all’esaltante predicazione di Marco da Aviano. «Occhio alle onde lunghe della storia, alle logiche sinusoidi dell’Islam», avverte Martinelli: «Le culture non sono eterne. Vanno difese, anche sul piano dei valori. Altrimenti, di fronte alla penetrazione religiosa e demografica, rischiamo di soccombere». E ancora, aggiungendo che il film su quel frate cappuccino prima o poi lo farà: «Il mondo musulmano non è una galassia compatta, come la descrive Osama bin Laden. Quindi, dialoghiamo pure con l’Islam moderato, sempre che ci sia, ma ribadiamo i nostri valori condivisi. Che sono: la sacralità della vita umana, la parità tra uomo e donna, la divisione tra Stato e religione. Perché sbaglia chi equipara le nostre chiese alle loro moschee».
Nel film, uno dei personaggi dice: «Le democrazie si svegliano sempre troppo tardi». Un monito che Martinelli fa suo quando ricorda: «L’Europa multiculturale e distratta pagherà il suo buonismo. Alla base delle democrazie c’è il principio di reciprocità. Ma il fondamentalismo wahabita quel principio non lo rispetta. Come si può dare la cittadinanza italiana a chi postula la distruzione di Israele? Come si può non rispondere a Gheddafi quando sostiene su La Stampa che “stavolta vi conquisteremo pacificamente, non serviranno le armi”? Occidente, svegliati! La storia alla fine presenta sempre il conto. Il proselitismo terrorista è qui tra noi, non in Afghanistan o in Irak. Solo Magdi Allam ha il coraggio di scriverlo, infatti deve girare con la scorta».
Ragionevolmente, il regista non sottovaluta «gli errori dell’Occidente». Nello scrivere il film ha voluto due consulenti musulmani, «che hanno passato il copione al setaccio», per «evitare imprecisioni e non offendere il mondo musulmano». Ma nel fondo Martinelli resta pessimista, teme dall’Occidente un atteggiamento di «ottusa indifferenza», mentre l’Islam oltranzista attua «la sua offensiva». E Harvey Keitel? Ancora rintronato dal jet-lag, loda «il coraggio di Martinelli» pur non condividendone in toto il pensiero. L’attore invita al dialogo, critica «i momenti di rigidità e intolleranza», ricorda, da ex marine convertitosi al pacifismo contro la guerra in Vietnam, di aver «inciampato tante volte nella vita». Eppure, «proprio la spirito del marine mi ha aiutato ad andare avanti». Secondo brusio in sala.

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