Martino: "Via i soldati dal Libano"

L’ex ministro della Difesa Martino spiega la sua posizione
controcorrente: "Il nostro contingente è stato reso inutile dal governo
Prodi". Sull’Irak: "Un tradimento il ritiro della missione Onu"

Roma - Professor Antonio Martino ha sentito? Romano Prodi dice che dopo le sue affermazioni il nostro ambasciatore in Libano è stato convocato dal presidente del Parlamento di Beirut...
«È possibile che sia stato convocato. Ma non sarebbe la prima volta che Prodi viene poi smentito dai fatti. Se è per questo ne ho sentita anche un’altra. Sempre Prodi avrebbe detto che non sono degno di fare il ministro. Per me è un onore. Mi sarei vergognato ad aver fatto parte del suo governo».

Insomma, pare di capire che non molla...
«Mollare su cosa? Adesso i sinistrati scoprono quali sono le mie idee sul Libano?».

Sinistrati?
«Sì, gli uomini di sinistra, a cui è caduta addosso la Storia. Sono, tecnicamente, dei sinistrati».

Prego, prosegua...
«Prima di dirle alla Reuters le mie idee le ho esposte in Parlamento davanti alle commissioni Esteri e Difesa riunite in seduta congiunta. Il problema è che i sinistrati vogliono impedire che qualcuno possa avere opinioni personali. Al contrario, credo di avere il diritto di ribadire che la nostra presenza in Libano è scarsamente giustificata».

Professore, lei è stato ministro della Difesa. Incarico che lascia supporre come le sue affermazioni possano avere qualche supporto - diciamo così - «tecnico». Insomma, c’è il sospetto che si faccia portavoce delle istanze degli stessi militari...
«Hanno ragione i nostri militari a chiedersi cosa stanno a fare in Libano. Sono andati lì con direttive Onu abbastanza chiare. Dovevano disarmare gli hezbollah, ma Prodi gliel’ha vietato. Dovevano bloccare le infiltrazioni di armi dalla Siria, ma sono stati bloccati dagli ordini del governo italiano. Dovevano favorire un sostegno al governo Siniora, ma sull’argomento la Siria si è mossa con la mano pesante. A questo punto che ci stanno a fare i nostri militari in Libano?».

Il loro ritiro sarebbe la sua prima mossa se tornasse alla Difesa?
«In primo luogo, non so se sarò io il prossimo ministro della Difesa. Ma una decisione di riduzione o ritiro dei nostri militari dal Libano dev’essere presa dopo contatti con le parti in causa, Israele compresa; e dopo un’attenta valutazione della situazione effettuata dai militari. Eppoi, non dimentichiamo che quella è una missione Onu; e dev’essere il sistema delle Nazioni Unite a decidere».

L’Italia, a dir la verità, partecipava anche ad un’altra missione Onu, quella in Irak. Eppure, i nostri militari da lì si sono ritirati...
«L’affrettata chiusura della missione Onu in Irak è stato un vergognoso tradimento. Era una missione voluta dalle Nazioni Unite e guidata da uomini delle Nazioni Unite. È stata una sciagurata fuga, voluta dal ministro degli Esteri per compiacere i suoi amici Diliberto, Pecoraro Scanio».

Secondo lei, dovremmo tornare a Bagdad?
«Se l’Irak dovesse chiedere all’Italia e all’Onu nuovi impegni, credo che l’Italia dovrebbe farsene carico. Non ci si può sempre nascondere. Bisogna sapersi assumere gli impegni anche quando è difficile farlo».

Quali dovrebbero essere i primi atti del nuovo ministro della Difesa?
«Andare a Bruxelles, parlare con la Nato, e se ci venisse chiesto un maggiore impegno per contrastare l’offensiva dei talebani in Afghanistan, o un nuovo dislocamento delle truppe, credo che l’Italia - e non un ministro - avrebbe il dovere di assumersi le responsabilità opportune».

Perché fa questa precisazione?
«Perché vede, le decisioni non vengono mai assunte da un singolo ministro; ma da un governo nella sua collegialità. Funziona così in tutto il mondo. Solo nel governo Prodi esisteva un caos anarchico, dove ogni ministro decideva e parlava per conto suo».