Martino: "L’obiettivo di Prodi? Irizzare l’Italia a nostre spese"

"Una manovra del Dipartimento di Stato per destabilizzare il governo? At&t non spenderebbe i soldi degli azionisti per un fine così insignificante. L’italianità non conta, contano i risultati economici"

Roma - Onorevole Antonio Martino, perchè il governo non vuole la Telecom americana ma dice sì ai tedeschi. Perché At&t no e Deutsche Telekom sì?
«Perché questo governo non ama gli americani. E poi il governo non dovrebbe dire né no né sì, ma fare il suo dovere: stare fuori dall'economia».
Cosa è successo nella partita sulle telecomunicazioni in questi mesi? E cosa accade a Telecom?
«È successo che l'abile presidente del Consiglio vuole "irizzare" l'Italia, pur essendo consapevole che per lui la presidenza dell'Iri - cito parole sue - è stato un autentico Vietnam».
Perché un Vietnam?
«La sua presidenza è di gran lunga la peggiore nella storia Iri. Prodi ereditò l'Istituto con 35mila miliardi di lire di passivo e lo lasciò con 42mila miliardi di passivo, malgrado avesse ricevuto dallo Stato 18mila miliardi di sussidi. Poi licenziò 140mila persone... ».
... e nonostante tutto...
«... Prodi vuole irizzare l'Italia».
Come?
«Prima ci hanno provato con la farsa del piano Rovati, negata fino al punto che non voleva neanche riferirne al Parlamento - Prodi disse "ma che siamo matti" - e diceva di non esserne informato, ora c’è questa insensatezza della rete delle reti, con la dilapidazione sistematica di denaro pubblico per scopi privati, se non privatissimi».
Quale capitalismo chiude la porta agli investimenti esteri?
«Dovremmo far di tutto per far venire in Italia capitali stranieri. Invece succede che quando decidono di venire, fanno di tutto perchè non vengano. Non solo, si dichiarano felici se vanno via. Quando un'impresa italiana acquisisce partecipazioni in un'impresa estera, considerano questo fatto positivo. Quando invece un'impresa estera vuole investire in un'impresa italiana considerano questo fatto negativo. Le sembra sensato?».
Liberalismo a senso unico?
«No, è una cosa che non ha senso da un punto di vista logico. Avere più capitali esteri investiti in Italia è un fatto positivo, sfido chiunque a sostenere il contrario».
Cosa può portare At&t in Italia. Quali vantaggi per Telecom?
«Sono convinto che ci saranno grandi vantaggi. Quello che dobbiamo chiederci è perché At&t vuole il controllo di Telecom».
Perché?
«C'è stato un bello spirito che ha messo in giro la voce che in ambito governativo erano convinti che fosse una manovra del Dipartimento di Stato americano per destabilizzare il governo Prodi. Ma lei crede che una grande società per azioni come At&t impieghi i fondi dei suoi azionisti per uno scopo così insignificante?».
A sinistra c'è chi lo crede.
«Probabilmente alla At&t non sanno chi sia Prodi. In ogni caso non spenderebbero mai soldi per scopi diversi dall’impiego produttivo per realizzare utili».
Cosa denuncia questa visione dell'economia?
«Scarsa comprensione dei problemi economici e conferma quanto diceva Frank Knight, fondatore della scuola di Chicago: "Sanno tante cose, ma sono tutte sbagliate"».
Nella maggioranza c'è chi invoca persino l'aiuto di Berlusconi.
«Tutto parte dall'ipotesi che abbia senso l'idea dell'italianità del gruppo, determinata dal fatto che l'azionista di maggioranza sia cittadino italiano. Mi dice che differenza fa se l'azionista è italiano o no? Conta come va il gruppo dal punto di vista economico. Se produce utili, fa l'interesse generale del Paese, dei lavoratori, degli azionisti, dell'erario. Deve essere ben gestito, se poi il proprietario è italiano o turco non cambia».
Perché stracciarsi le vesti se arriva lo straniero?
«Perché, come dicevamo prima, sanno le cose sbagliate e pur di salvare la cittadinanza italiana, sarebbero disposti persino a chiedere all'odiato Berlusconi di salvare l'italianità dell'azienda».
C'è anche chi tira in ballo le ragioni del «sistema». Le confesso che si fa una certa fatica a individuarlo: può spiegarci cosa sia mai questo «sistema»?
«Ma quale sistema… ma davvero qualcuno pensa che At&t acquista Telecom e si porta via la rete in America? Chi compra è convinto di potere gestire l'azienda meglio di chi l'ha gestita fino ad ora. E quindi, attraverso una migliore gestione, di realizzare utili. Nessuno acquista un'azienda per altre ragioni. La storia del “sistema” e altro ancora sono tutte farneticazioni demenziali, tanto per usare un eufemismo».
Gli americani hanno una diffusione capillare della banda larga, l'Italia ha importanti aree industriali scoperte. Non sarebbe compito della politica occuparsi del gap tecnologico?
«La politica deve togliere gli ostacoli, gli impedimenti, i vincoli. Non deve consigliare le aziende sul fare una cosa o un'altra. Stiamo parlando di un'impresa, At&t, ubicata nel Paese dove si fa più innovazione e se riesce a ottenere, grazie alla ricerca, miglioramenti nel servizio e nel prodotto, è suo interesse introdurli anche in Italia».
Il senatore Zanda ha avvisato gli americani: attenti alla magistratura. Che ne pensa?
«È una cosa gravissima e totalmente irresponsabile».
Il presidente dell’Authority per le Comunicazioni, Calabrò, ha detto che servirebbero più investimenti e meno dividendi. Condivide?
«È un'altra cosa sbagliata. Ci sono gli investimenti laddove ci sono gli utili. E laddove ci sono utili ci sono anche i dividendi. Queste inoltre sono scelte che vanno lasciate alle aziende».
Quale lezione possiamo trarre?
«Il provincialismo della sinistra è allucinante e per fortuna, in questa occasione, il centrodestra ha mostrato in maniera unanime un'apertura alla modernità».
Quale ruolo hanno le banche in questa vicenda?
«Credo che le banche - data la situazione del sistema bancario italiano - farebbero meglio a stare fuori da questa vicenda».
Dov'è il reale conflitto di interessi?
«Il vero conflitto di interessi è quello tra l'interesse generale dell'Italia - che consiste nell'avere un governo che si preoccupa del suo mestiere e non interviene nell'economia - e l'interesse di quelli che ho chiamato politicanti affaristi, coloro che vogliono usare il potere politico per fare affari».