Martino: noi stiamo con i nostri soldati Amato pensa solo a salvare il governo

L’ex ministro della Difesa: «Chi parla di coalizioni mutanti non conosce la Costituzione. E invocare dialogo e conferenze di pace è solo una baggianata»

da Roma

«Se non sarà autosufficiente sul rifinanziamento della missione in Afghanistan, il governo Prodi avrà finito di esistere. A quel punto, se non presentasse le dimissioni, tradirebbe le condizioni in base alle quali il presidente della Repubblica lo ha rimandato alle Camere». Dopo il faticoso certificato di sopravvivenza strappato la scorsa settimana, l’Unione si prepara alla prima grande prova parlamentare. Un test su cui, come conferma l’ex ministro della Difesa, Antonio Martino, la Cdl farà fino in fondo il proprio dovere.
Onorevole Martino, quale atteggiamento avrà in aula il centrodestra? Votare contro il rifinanziamento sarebbe davvero un sacrilegio?
«Il dilemma esiste sempre. Ma c’è in gioco la sicurezza dei nostri militari. Naturalmente se il governo non fosse autosufficiente non sarebbe più un governo. Non potrebbe certo sopravvivere delegando la responsabilità della politica estera all’opposizione».
Eppure nell’Unione c’è chi teorizza la possibilità di istituire le cosiddette maggioranze variabili.
«Assurdo. Questi “teorici” li manderei a rileggersi i manuali del primo anno di diritto costituzionale».
Come si spiega la proposta di Giuliano Amato?
«Be’, a dire il vero già Fassino in campagna elettorale aveva detto che in politica estera ci sarebbe stato il soccorso del centrodestra. In ogni caso mi sembra che l’unica logica che tiene insieme questo governo sia quella del resistere, resistere, resistere. Le parole di Amato si spiegano soltanto così».
In Afghanistan la situazione sembra surriscaldarsi con il rapimento di un giornalista italiano e le prime avvisaglie di un’offensiva contro i talebani. Le truppe italiane potranno contare sul sostegno fermo e indiscutibile del nostro governo?
«Sono molto preoccupato. Dai nostri rappresentanti ascoltiamo un’orgia di giaculatorie volte a rassicurare la sinistra estrema. Si chiedono conferenze di pace, si invocano canali di dialogo, soluzioni politiche, si chiede di accrescere la natura civile dell’intervento. Tutte baggianate. Se saremo aggrediti dovremo reagire, altro che chiacchiere».
Nel frattempo il governo usa toni sempre più duri nei confronti degli alleati statunitensi.
«Prima lasciano soli gli Stati Uniti nel loro impegno, poi denunciano il loro unilateralismo. Mi sembra che qualcuno, in questa fase, cerchi in tutti i modi di guadagnare punti alla borsa dell’antiamericanismo».
Ogni riferimento a Massimo D’Alema è ovviamente voluto?
«Ovviamente».
L’Unione insiste per creare un tavolo comune in cui discutere della riforma elettorale. È un’esigenza o una trappola?
«La premessa è che si potrebbe votare tranquillamente con questa legge, o semplicemente modificando il premio di maggioranza al Senato. Fosse per me, attribuirei il premio al partito o alla coalizione che ha ottenuto più voti sommando quelli della Camera, del Senato e degli italiani all’estero. È assurdo che ci sia un sistema proporzionale in cui non governa chi ha preso più voti, ovvero la Cdl, ma chi in realtà ha perso le elezioni».
Il bipolarismo viene sempre più spesso messo in discussione. Perché?
«Con il bipolarismo è il popolo a scegliere chi deve governare. Con il centrismo governa sempre lo stesso schieramento visto che non c’è un’opposizione ma due opposizioni che stanno alle estreme e sono tra loro incompatibili. Ma io sono convinto che gli elettori abbiano conquistato la democrazia e non vogliano tornare indietro».
Se lei dovesse dare un consiglio a Berlusconi gli direbbe di sedersi al tavolo per discutere della legge elettorale?
«Gli direi di chiamare il bluff perché di bluff si tratta. Mi ricorda la storiella di un giovane napoletano condannato a morte in Cina. Quando gli viene chiesto di esprimere il suo ultimo desiderio il napoletano risponde: “Voglio impara’ o’ cinese”. La richiesta di Prodi mi sembra dello stesso tenore».