Marussig, la «musica» degli interni

Al Civico Museo Revoltella oltre sessanta opere all’insegna del classicismo e dell’introspezione

Ad uno ad uno, uno dopo l’altro, i grandi artisti del Novecento escono da una storia che li ha traditi, tradendo, ovviamente, in primo luogo se stessa. Mentre ancora si litiga e si discute su come si dovrà celebrare il centenario del manifesto futurista (e chi lo sa se davvero il futurismo è di destra o di sinistra!) la storia dell’arte ridisegna una vicenda in cui l’Italia mostra un primato di cui varrebbe la pena essere fieri.
A oltre vent’anni dall’ultima mostra pubblica, torna ora alla ribalta la straordinaria qualità dell’opera del pittore Piero Marussig. Triestino, si formò tra Vienna e Parigi raggiungendo presto una personalissima miscela di movimenti ed echi diversi. La Vienna secessionista, la Monaco di Baviera che pochi anni dopo accoglierà la giovinezza di Giorgio de Chirico e Alberto Savinio, la cultura postimpressionista della Parigi del primo decennio del secolo e l’amore per Tiziano ispirano una pittura che si mantiene ben stretta entro le linee del contorno ma si accende dall’interno, anche per effetto di tonalità gravi e basse, che vengono accostate con una sorta di vibrante rapidità.
Le oltre sessanta opere esposte al Civico Museo Revoltella di Trieste (fino al 29 gennaio, a cura di Claudia Gian Ferrari, Elena Pontiggia, Nicoletta Colombo, informazioni al numero 0406754350, sito Internet www.museorevoltella.it) tracciano la vicenda completa dell’artista (1879-1937) - di cui si sta preparando l’importante catalogo generale - dalle prime figure degli anni Dieci, in bilico fra introspezione e ricerca di sé, ai larghi paesaggi, Alta Brianza, Lago a Garlate, che parlano la stessa lingua di Arturo Tosi, di Achille Funi, di André Derain.
Al centro dell’opera di Marussig spiccano alcune stupende immagini femminili, una sequenza di donne e bambine che si stagliano al centro di tele dominate da variazioni sul tema del giallo. Sono gli anni di «Novecento» e del ritrovato classicismo che, da Firenze a Roma, da Parigi alla Germania, restituisce forma e significato alla pittura. Dopo avanguardie e secessioni, negazioni e rivolte, la pittura torna l’antica musa cui si affida solennemente il compito di dare eternità e bellezza, ritrovando la grandezza dei modelli antichi, riguardandoli, cercando quasi di imitarli.
La pittura di Marussig è «musica da camera», scrive Elena Pontiggia. «È una pittura di interni in cui l’azione è sostituita dalla meditazione». Tutto è concentrato, compresso, contratto, come nei grandi scultori suoi contemporanei Martini e il suo amico Francesco Messina. Il tempo è sospeso; tutto è accaduto, sembra pensare la stupenda Venere addormentata, immenso e coraggioso omaggio a Tiziano, alla bellezza, al segreto legame che unisce i grandi tra i secoli, silenziosamente.