Mary J Blige e Bono, due stili che in One diventano uno solo

È come se Frank Sinatra avesse cantato My way con Elvis Presley, uno in smoking, l’altro con il ciuffo lucido di brillantina, uno di un’epoca, l’altro di un’altra, diverse. Spesso è la ritualità a distinguere gli eventi, signori, e il rito degli U2 che accolgono Mary J. Blige per cantare One, vale tutto questo video di Paul Hunter. E gli dà un senso. Loro, i rockettari, aprono il palco a lei, la regina dell’r&b che arriva in limousine, fluttua come una dea nei corridoi, arriva in scena trovando le chitarre già elettriche e poi si schianta contro quel verso, «we’re one but we’re not the same», lo fa suo perché Bono è lì a concederglielo e da ospite ne ha adattato la melodia, ma poco, appena un po’ per renderla nuova. Così lei ricambia e le basta una parola per compiere il rito, per entrare a casa degli U2 e di chi li ama. «Have you come here to play Jesus» e Jesus è allargato, allungato, intonato alla maniera gospel, quindi ariosa e piena di gioia, non cupa, reverente ed europea come impone sempre Bono. Lì, nella scintilla di una parola, c’è l’anello di questo matrimonio tra due epoche diverse, il rock ecumenico e il pop nero che, con un brano in una sala prove, accettano di essere una cosa sola sapendo di non voler essere la stessa. Magnifico.

MARY J BLIGE & U2 - One (Universal)