Marzo 1896: così il cinematografo sbarcò in città

Il cinematografo nella capitale compie 114 anni. Fu sul finire dell’inverno del 1896 che i romani fecero la conoscenza con questa prodigiosa invenzione. «La grande scoperta del secolo», titolavano i giornali, annotando che i fratelli Lumière avrebbero offerto a Roma uno spettacolo straordinario, appena goduto con enorme successo a Parigi, Londra, Bruxelles. La sera del 12 marzo si aprirono i locali del fotografo Le Lieure in vicolo del Mortaro, una traversa del Tritone, per accogliere un pubblico foltissimo, desideroso di assistere alla prima proiezione cinematografica «con una tale fedeltà di riproduzione - riportavano le cronache - con tale evidenza di colorito e di particolari, da destare un senso di profonda ammirazione». I privilegiati spettatori poterono vedere sullo schermo il passaggio di un treno in piena corsa e l’arrivo e la partenza dei viaggiatori in una stazione ferroviaria. Nonostante il tremolìo della proiezione e lo sconnesso accompagnamento musicale eseguito da un pianista, la folla ammirò l’invenzione, pronosticando un avvenire di successi. Dalla sera seguente incominciarono gli spettacoli pubblici. La réclame del manifesto recitava: «Cinematografo (la fotografia animata) dalle ore 2 alle 10, vicolo del Mortaro 17, ingresso centesimi 50». Il programma era composto da filmetti di appena 16 metri. All’inizio il successo si rinnovò ogni giorno, sebbene il programma fosse sempre lo stesso e, come già era avvenuto nelle altre capitali europee, gli spettatori si spaventarono gridando quando il treno, quasi uscendo dallo schermo, sembrò avventarsi sulla sala. Ma la mancanza di nuove pellicole produsse alla fine stancò i romani e la sala chiuse nonostante la trovata, che deliziò il pubblico, di far camminare la pellicola a ritroso, con sicuro effetto di comicità. Sul finire del 1897 nello studio fotografico di vicolo del Mortaro madame Le Lieure manteneva un salottino dove si potevano ammirare, pagando sempre 50 centesimi, le «fotografie viventi», film lunghi 20 o 30 metri che rappresentavano «il ginnasta al trapezio» o «la ballerina sulla corda». In cabina la macchina era manovrata da un meccanico francese.