La Marzotto: «Nel fango mi sentivo più grande dei miei dodici anni»

Paola Bulbarelli

I ricordi sono tanti. Indelebili. Tanto da averli anche riportati nel suo libro «Una finestra su Piazza di Spagna». Già, perché Marta Marzotto, donna del jet set internazionale, contessa da sempre, nota anche per il suo straordinario salotto romano con terrazzo iperbolico su una delle piazze più belle del mondo, ha un passato da mondina. Sì, da mondina alla Silvano Mangano in Riso Amaro. «Be’, di amaro, per me, c’era la paura delle bisce e dei topi - ricorda - per il resto era quasi un gioco».
Un gioco?
«Avevo dodici anni. Era una festa sapere che arrivavano le mie cugine e le mie zie dall’Emilia. Loro avevano tra i 18 e i 20 anni. Le aspettavo per un anno intero».
Lei dove abitava?
«A Mortara. Lì le risaie erano tante. E tantissime le donne che arrivavano con le tradotte. Restavano per un po’ e poi ne arrivavano delle altre. Momenti scomparsi, sembra di parlare di un altro pianeta e di tempi che si sono persi nel tempo».
Lavoro minorile, il suo.
«Allora non si badava a queste cose. Ricordo che entravo in quell’acqua melmosa che finiva inesorabilmente anche negli stivali nonostante li mettessi il più alti possibile. Quel fango era una vera schifezza, fastidiosissimo. Mi fasciavo anche le gambe con degli stracci perché il riso graffiava e faceva male. Eppure c’era il piacere di stare insieme, mi sentivo grande come le altre».
Racconta con una certa nostalgia?
«Non so se è nostalgia. Certo tornare su questo argomento significa parlare di una parte della mia vita che ha lasciato segni profondi. C’era amicizia, solidarietà, si era davvero uniti. E non solo perché ero bambina. Si lavorava sodo ma ridendo e scherzando. A parte quegli animalacci, nulla era negativo».
Cosa le è rimasto di allora?
«Le serate a cantare e a ballare. Prima si pescavano le rane che poi mangiavamo, e poi tutte a divertirsi. Le mie cugine lasciavano i fidanzati e i mariti a casa. Si faceva baldoria dopo intere giornate piegate in risaia».