Mascara, un gol da metà campo E i babbani diventano Maradona

Il riscatto di quindici generazioni di calciatori normali è una parabola che si alza e poi scende veloce, precisa, puntuale. Mascara fa un giro di campo e non sa ancora quello che ha fatto. Perché questo non è solo un gol speciale. È una rivincita, è l'idea che si può fare, è la certezza che Maradona è stato unico, ma c'è un solo momento in cui tutti, o quasi, possono vivere da Diego. Quanto? Uno, due, tre secondi? Ne vale la pena, sempre. Perché un lampo vale una carriera, perché il ricordo è la dolcezza dell'essere. Mascara ha visto la palla scendere perpendicolare, ha sentito qualcosa, ha tirato mentre qualcuno diceva no e mentre 21.287 spettatori erano convinti che finisse fuori. Come può una palla così andare dentro? Eccola, invece. Non è pallone, non è sport. È questo più tutto il resto: l'istante in cui un desiderio irrealizzabile diventa vero, come un premio al superenalotto, il vecchio 13 al totocalcio, come il gratta e vinci da un milione di euro. L'azzardo che trasforma in campione o in miliardario. È l'essenza della vita: una botta di fortuna cercata, la conferma che si può governare il destino solo credendo di poter fare l'impossibile. Perché lui c'ha pensato e se ne è fregato di quella voce che gli ha detto di stare fermo, di non farlo, di evitare una figuraccia. Un pallone che scende pronto a essere calciato a 45 metri dalla porta, col centrocampo appena superato è fatto per due categorie umane: i paurosi e i coraggiosi. Chi teme più di diventare rosso calciando in tribuna e chi gode all'idea di esultare come un pazzo per una cosa incredibile.
Mascara in Palermo-Catania di ieri ha detto a ogni singolo ragazzino o ex ragazzino di questo paese che la magia può arrivare, e che arriva. Che la scommessa fatta con un amico nel campo dell'oratorio o nel primo campionato della vita, si può vincere, e si vince. «Vuoi vedere che faccio gol da centrocampo?». Se ne sono andati miliardi di merendine, miliardi di monetine, miliardi di compiti in classe fatti fare dal compagno che non credeva possibile una cosa del genere. Vincevano sempre loro, i babbani, realisti, freddi, disincantati. Quelli che non ci credevano, perché incapaci di sopravvivere alla vergogna di un errore. Gli altri perdevano eppure non hanno mai smesso di mettersi in gioco, di ripuntare un euro o un caffè e qualunque altra cosa su se stessi e sul proprio sogno. Il gol da centrocampo, che più o meno è l'America per chi ama la libertà. Un ideale concreto, un sogno possibile. Perché sì, l'ha fatto Maradona, ma una volta c'è riuscito anche Pietro Maiellaro, oppure Enzo Ferrari. Non saranno mai dimenticati solo per questo. C'è il vento, un portiere fuori posizione, il caso, c'è tutto quello che si vuole, però alla fine quando la palla finisce in porta dopo aver fatto 50 metri, il calcio fa scopa con se stesso: si emoziona anche chi crede di aver visto tutto, chi non si sorprende più, chi ha dimenticato l'emozione. Calciatori compresi. L'anno scorso, nel ritiro della Nazionale prima degli Europei, Ambrosini e Gattuso, si fermarono alla fine dell'allenamento. Pallone sul dischetto di metà campo e un tiro a testa. Gol e gol. Arrivò Cassano: «Rino, ti do 500 euro se lo fai un'altra volta». Gattuso provò e sbagliò. «Natale viene una volta sola...». Non c'era nessuno in porta. Ieri sì. Allora il gol di Mascara vale l'eternità, come tutti gli altri così: vale l'invidia degli altri e l'applauso infinito della gente. Uno può anche non amare il pallone, ma non può non capire che in quel tiro non c'è il calcio. C'è l'uomo: l'idea di superarsi, di domare un attrezzo complicato come una palla, il coraggio di mettersi in discussione. È un'impresa, un investimento su se stessi: io ci credo, ora fatelo anche voi. Allora la palla parte e va. Dove non conta più. È un messaggio di ottimismo: tre secondi di parabola che sale, poi scende e rimbalza dentro una porta di calcio, dicono che l'uomo la fortuna la trova quando la cerca, l'accarezza, la coccola, la tira fuori da se stesso. Per questo si continua a giocare. Per questo si continua a segnare.