LA MASCHERA DEL FIGLIO

qualche volta i figli pagano per tutti. Di Pietro sembra uno di quei padri che non risparmiano sceneggiate, magari anche in quei lunghi pranzi di Natale, quelli nervosi, con il silenzio che ti porta in casa tutto il gelo dell’inverno, posate che sbattono e dove basta un «passami il vino» a rompere la tregua. Non sono stati giorni di festa, questi, a casa Di Pietro. Cristiano si fa da parte, lascia il partito e per un po’ se ne sta sotto coperta. Il padre che sbraita, un po’ gli fa la predica, un po’ lo protegge. Pare quasi di sentire un «fatti furbo e impara a campare». Cose che accadono in tutti i paesi, nelle mura di casa. Solo che qui il paese è grande come tutta l’Italia e sullo sfondo c’è la politica.

Cristiano paga per tutti. Sconta quelle telefonate all’amico di famiglia, l’uomo del padre, il signor Mario Mautone, provveditore alle opere pubbliche in Campania e Molise. Ce l’aveva messo lì proprio Tonino, quando era ministro alle Infrastrutture. Cristiano che chiede consulenze per tre o quattro conoscenti, un favore all’amico architetto di Bologna, un posto per la moglie dell’ingegnere, qualche informazione sugli appalti, come quell’impianto elettrico per la caserma di Termoli. Cristiano che cura gli interessi del padre. E Mautone che risponde, esegue, fa quello che deve fare, perché mica si può dire di no al figlio del ministro. La procura di Napoli intanto ascolta e cerca di sbrogliare l’intreccio di questo megapantano di clientele e appalti.

Ora qualcuno può dire che la questione è chiusa. Cristiano ha fatto un bel gesto, come la moglie di Cesare anche a lui tocca essere al di sopra di ogni sospetto. Lui paga e il padre sta zitto. Non è così. Questa storia non si chiude con il sacrificio, inutile, di Cristiano. Il senso di questa vicenda non è il malcostume da consigliere provinciale, o da figlio di papà, in stile prima Repubblica, perché gli anni passano, ma i tempi non sono cambiati. Il senso è un altro. È la fine dell’ultimo giacobinismo. Di Pietro, il grande, parlava fino a qualche giorno fa del «partito etico», con l’arroganza morale di un Cromwell o di un Robespierre, con la religione delle mani pulite, con le liste di proscrizione e la ghigliottina morale in piazza, lì dove un tempo Beppe Grillo scandiva i nomi degli impresentabili. Di Pietro deve ora rendere conto di un partito che appare come una consorteria di piccole meschinità, dove le raccomandazioni sono considerate una prassi, una tradizione italiana. Deve fare i conti con il buon Mautone in manette e con la delusione dei suoi elettori, che inondano blog e siti internet di lacrime e rabbia.

Ecco. Questo è successo, una caduta politica, che tocca la «ragione sociale» dell’Italia dei valori. Cristiano Di Pietro può anche restare al suo posto. È il padre che deve spiegare ancora qualcosa. Chi è la talpa che lo ha informato dell’inchiesta? Lui prima ha detto di non sapere, poi ha tergiversato. Ha buttato lì un «c’era sulle agenzie». L’unica cosa certa è che Tonino ha subito trasferito Mautone a Roma. Ha chiuso i telefoni. Ha detto al figlio di non parlare più con il provveditore. Silenzio. Tutti sotto coperta. Era il 29 luglio 2007 e nessuna agenzia aveva mai raccontato quella storia. Solo uno spiffero, arrivato a Roma, a casa Di Pietro, da qualche parte. La chiamano fuga di notizie. Chissà, un favore tra ex colleghi. No, davvero il caso non è chiuso. Antonio Di Pietro non può pensare di cavarsela così: offrendoci la testa del figlio.
Vittorio Macioce