Via la maschera allo sport del terzo millennio

Ormai è un’ecatombe. Sembra di girare in mezzo alle lapidi del cimitero di Arlington: Ullrich, Basso, Landis, Gatlin sono i nomi più recenti e che saltano più all’occhio, sono i generali a tre stellette. Attorno a loro ci sono però decine, centinaia, migliaia di nomi di fanti semisconosciuti che cadono quotidianamente. Non passa giorno, infatti, senza che le agenzie mandino un elenco di atleti trovati positivi al doping. Ciclismo e atletica leggera, pesi e sci di fondo fanno la parte del leone; ma si trovano atleti del tiro a segno, dell’equitazione (cavalieri e amazzoni, non cavalli) e addirittura del bridge e delle bocce.
Non si salva più niente e nessuno. Eppure questo malcostume sempre più diffuso, e diventato vero e proprio fenomeno sociale, continua ad essere trattato a livello di casi personali. Ma non è così. E Rogge, il presidente del Cio, non può uscirsene dicendo (dichiarazione di due giorni fa) che il ciclismo «continua ad essere uno sport credibile» quando nel giro di pochi mesi il vincitore del Tour de France, quello del Giro d’Italia e quello della Vuelta vengono coinvolti in casi di doping.
Bisogna cambiare registro, bisogna togliere la maschera allo sport del terzo millennio. La tentazione di liberalizzare tutto è stata respinta con indignazione dal mondo dello sport. Bisogna però chiedersi se si possono correre i 100 metri in 9”77, se si possono sollevare 472,5 chili (strappo più slancio), se si può sciare per 50 chilometri a ritmi forsennati, se si può restare in acqua per più di cinque ore per percorrere 25 chilometri, se è possibile girare per un’ora in bicicletta su una pista alla media oraria di 49,444 chilometri senza additivi chimici. Insomma lo sport moderno, trasformato in un colossale affare per gli sponsor e le televisioni, richiede prestazioni non più al limite ma oltre i limiti. Per frequenza di impegni e di appuntamenti, per la richiesta spasmodica di prestazioni che facciano spettacolo e audience. Oggi il vero sport «no limits» è quello «normale»: è più difficile correre i 100 metri in 9”76 che non buttarsi nella bocca di un cratere (spento) col parapendio. Quindi o lo sport fa un passo indietro o altrimenti deve rassegnarsi ad aggiungere ogni giorno altre croci al suo già affollatissimo cimitero.
Però se, con generosissima dose di ipocrisia, i parrucconi del Cio vogliono continuare a considerare il doping come un fatto estraneo allo sport (ma dove? ma quando?) allora non c’è che una strada da percorrere: la severità draconiana. Continuino pure a far finta che il doping sia un fatto casuale e soggettivo ma intensifichino i controlli. In qualsiasi avvenimento sportivo di un certo rilievo si chieda a tutti gli atleti di fare la pipì o di sottoporsi a più sofisticate verifiche e se qualcuno è trovato positivo venga subito squalificato a vita (dopo le necessarie controanalisi). Non da solo, però, bensì assieme al suo medico, al suo allenatore, al suo team manager (come hanno suggerito Bugno e Simeoni in due bellissime e intensissime interviste di Cristiano Gatti), tutta gente che davvero non può non sapere. Perché se un allenatore, un medico o un team manager non si accorgono che le prestazioni del loro assistito sono gonfiate dalla chimica devono comunque cambiare mestiere. Aumentando il rischio possono aumentare paura e prudenza. Chissà.
È solo una speranza destinata quasi certamente a restare tale. Pazienza, noi avremo di che scrivere. E così mentre Gatlin si avvia velocemente verso l’inferno della squalifica a vita, consoliamoci con Schumacher che è tornato in paradiso, riducendo in tre gran premi da 25 a 11 i punti di svantaggio da Alonso. In F1 almeno, e finora, l’unico «doping» di cui si parla è la zavorra.