Maschere e strumenti secondo Pippo Oriani

In «Arlecchini, Pulcinella e chitarre» esposte circa settanta opere dell’artista, costante sperimentatore

Silvia Castello

Il Museo Boncompagni Ludovisi propone la mostra di un grande protagonista del Futurismo: «Arlecchini, Pulcinella e chitarre. Le maschere di Pippo Oriani», a cura di Mariastella Margozzi e Gabriel Henri Oriani. Si tratta di circa settanta opere dedicate alle Maschere della Commedia dell’Arte e agli strumenti musicali, che comprendono la fase iniziale degli anni Venti e quella ultima degli anni Cinquanta e Sessanta in cui Oriani (1909-1972) ritorna alle tematiche affrontate nel periodo futurista dopo l’espressionismo inquieto degli anni Trenta. Per questa occasione verrà anche proiettato il film «Vitesse», realizzato dall’artista nel 1933 e messo a disposizione dalla Fondazione Oriani di Metz (Francia), presieduta dal figlio dell’artista, Gabriel Henri Oriani.
«Gli interessi creativi di Oriani erano i più vari. Attento alle nuove correnti architettoniche e all’arredamento moderno, non mancò di avvicinarsi al cinema di avanguardia e il suo Vitesse (Velocità), di cui mi scrisse Eugene Deslaw che aveva curato il montaggio di una edizione, da me recuperata su segnalazione del critico Jeanpaul Goergen e con l'intervento della Cineteca Nazionale di Roma, è testimonianza della partecipazione italiana al cinema d’avanguardia e uno dei pochi film futuristi superstiti» scrive Mario Verdone nel saggio introduttivo in catalogo edito dalla Fondazione Oriani di Metz. Attratto dal mito della Ville Lumière dei primi decenni del Novecento, con Filippo Tommaso Marinetti si avvicinò a tutti i maggiori artisti dell’epoca: Kandinsky, Le Corbusier, Tristan Tzara, Delaunay. Ebbe anche il consenso di Picasso che insieme a Braque e Léger - mediati da Gino Severini - furono i suoi riferimenti stilistici negli anni di formazione. «È in quel mondo parigino dove la cultura artistica fa mercato di sé che Oriani mette insieme il suo repertorio linguistico, lo elabora secondo la propria sensibilità e il proprio gusto per il decorativismo e l’arabesco. Anche se poi, tornato in Italia, viene fagocitato dall’aeropittura e dalle suggestioni surrealiste di Prampolini, che continua ad essere la sua guida con Fillia e Diulgheroff» - spiega la curatrice.
Sperimentatore instancabile, l’artista torinese parte dal futurismo ma va oltre, conservando quell’atteggiamento innovatore caratteristico dell’avanguardia. Antiaccademico, seppe avvalersi con originalità anche di nuovi materiali come legni e sugheri, carte, ma anche marmi, incatramature e bruciature. Molto tempo prima dei celebri encausti di Burri.
La mostra è ad ingresso gratuito, aperta fino al 9 ottobre dal martedì alla domenica (ore 9.30-19.30).