Maschi al guinzaglio, abiti d’oro Il ritorno è un trionfo del kitsch

Debutto del tour a Vancouver: 22 canzoni, otto cambi di vestiti due ore di show

Milano - E meno male che David Beckham è arrivato in tempo. E così, poco prima del debutto delle Spice Girls al General Motors Place, quello che per i due o tre che ancora non lo sapessero è il marito di Victoria Adams, è entrato di corsa nei camerini e ha consegnato a ognuna delle cinque Spice un bel braccialetto antistress, che naturalmente loro non hanno indossato in scena perché, signori, i regali sono belli ma è sempre il look a comandare. Perciò pochi minuti dopo eccole lì Emma Bunton, Victoria, Geri Halliwell, Melanie Brown e Melanie Chisholm immobili sul palco - come You Tube ha subito testimoniato - fasciate in abiti color oro di Cavalli e issate su piattaforme girevoli che sembravano tenute su dalla spaventosa caciara del pubblico (c’era pure la canadese Avril Lavigne). Un trionfo e pazienza se la musica è un’altra cosa. E spieghiamoci subito: le Spice Girls, ossia le ragazze che hanno cambiato il mondo del pop nella seconda metà degli anni Novanta, follie stile Beatles per intenderci, non sono un fenomeno nostalgico per quarantenni che non ne vogliono sapere di invecchiare. Secondo il sito Bloomberg.com, che di cifre se ne intende, l’età media in platea era inferiore ai ventun anni. E allora, visto che le Spice Girls si sono separate alla fine del 2000, vuol dire che il loro marchio e l’efficacia del loro pop incolore e zeppo di ritmi sono riusciti a conquistare nuovi fan anche in assenza di musica nuova. Ha vinto il fascino di un gruppo di donne che mescola glamour e talenti artistici alla portata di tutti, specialmente dei giovanissimi, e pazienza se loro cinque messe insieme ora hanno 164 anni. Le Spice Girls sono quelle del «girl power», del potere alle donne ma solo per piacere agli uomini, delle lenzuolate sui tabloid, dei pettegolezzi purchessia, dell’esibizione plateale di vite e drammi privati. Insomma, sono rimaste attuali pur essendo fuori corso e questa è la lezione del momento (come se non bastassero i 750mila biglietti venduti in pochi minuti per i loro prossimi 39 concerti). D’altronde bastava vedere la reazione della platea dopo le prime tre canzoni, Spice up you life, Stop e Say you’ll be there: più che un concerto, un rito. E quindi cambi d’abito: otto. Frasi impossibili da evitare: «Questa è la prima volta di nuovo insieme e voi siete i primi a vederci: noi amiamo Vancouver». E scene kitsch, naturalmente: come quando quattro dei 10 ballerini sul palco si sono presentati carponi con il guinzaglio al collo e loro, le ragazze cresciute, a cantare portandoli a spasso. Insomma toni quasi burlesque, più che di cattivo gusto, come quando loro si sono strofinate contro cinque pali praticamente avvolte da enormi piume bianche in un incomprensibile miscuglio tra lap dance, Moulin Rouge e peep show. Ma in fondo chissenefrega. Le Spice Girls sono questo, sono il trionfo del «wannabe-ism», della voglia disperata di apparire e affermarsi anche in assenza di doti particolari. Sono la proiezione musicale del velinismo e c’è da dire che nessuno è riuscito a realizzare quest’obiettivo meglio di loro. Per capirsi: il loro portavoce alla fine ha dovuto precisare che nessuna ha cantato in playback. E l’Evening Standard si è rallegrato notando che alla fine del concerto nessuno si è presentato allo sportello reclami. Capirai.