«Ma il maschilismo non è ancora morto»

Che ne pensa della spiegazione delle studiose americane?
«Credo che ci sia assolutamente una componente di verità, ma non possiamo dimenticare tutti gli altri fattori».
Cioè la discriminazione sul posto di lavoro c'è e le donne non sono responsabili?
«Be', guardiamo ai dati. Fioccano le statistiche che dimostrano quanto le donne abbiano superato gli uomini negli studi, quanto riescano meglio all'università eppure questi numeri non si rispecchiano nel mondo del lavoro».
I maschi continuano a farla da padroni?
«Resiste una cultura di diffidenza, specie quando le donne aspirano ad arrivare ai vertici o quando ci sono già. Gli uomini fanno ancora fatica ad essere comandati da noi».
Qualche esempio?
«Gliene faccio uno banale. Mi è capitato di trattare con dei magazzinieri. La prima domanda che mi hanno fatto quando hanno visto che ero io al comando è stata: siamo sicuri che un'azienda guidata da una donna non fallisca troppo in fretta?».
Vecchi pregiudizi. Ma in Italia stanno sparendo?
«In Italia sopravvivono resistenze strutturali. L'ostacolo principale delle donne è la maternità, che ti costringe ad allontanarti dal posto di lavoro per un periodo anche lungo. I contratti part-time, però, sono ancora troppo pochi e così anche il lavoro interinale che aiuterebbe l'universo femminile a portare avanti carriera e famiglia».
Sicura che non ci siano responsabilità femminili?
«Qualcuna c'è. Gli uomini sono più abituati al lavoro di squadra. Noi lo siamo meno, ma per un fatto storico. Loro andavano a caccia in gruppo, facevano branco. Noi restavamo da sole ad accudire i figli. All'estero, nei Paesi scandinavi per esempio, questo limite è stato ampiamente superato».
Perché l'Italia resta indietro?
«Perché qui siamo ancora alla prima generazione di donne in carriera. Ma ho buone speranze che ci allineeremo al resto d’Europa».