Masi non molla: «Santoro in onda? Lo vedremo...»

TeleSantoro è salva, almeno per il momento. Abile nel manipolare l'informazione, il conduttore di Annozero è scaltro anche nel labirinto di leggi e pandette. Lo si sapeva, visto che il giornalista va in onda grazie a una doppia sentenza del giudice del lavoro che fissa addirittura giorni e orari del palinsesto Rai riservatogli. Il blitz di ieri è stato un altro colpo (...)
(...) da maestro. Come annunciato l'altra sera in diretta tv, «Michele chi» ha aggirato il provvedimento disciplinare del direttore generale Mauro Masi (sospensione dal lavoro e dallo stipendio per 10 giorni dal 18 ottobre) invocando un arbitrato interno.
La mossa automaticamente sospende la punizione fino al pronunciamento dell'arbitro. E quand'anche una delle parti volesse comunque rivolgersi a un giudice (come intende fare Masi), la sanzione rimane sospesa fino al giudizio. Così i prossimi due giovedì il programma andrà in onda come nulla fosse, magari superando ancora il picco di ascolto registrato l'altra sera: record stagionale con il 23,5 per cento e 6.283.000 telespettatori.
Sull'onda degli osanna plebiscitari corre anche la raccolta di firme sollecitata da Santoro per difendere la sua trasmissione. Il giorno dopo il grido di dolore del Grande Giornalista Discriminato e Umiliato, sono già migliaia le mail giunte al sito internet di Annozero: più di 13mila a metà pomeriggio, a quanto riferisce la pagina Facebook gestita dalla redazione del programma. È una chiamata alle armi in piena regola, che punta a grandi numeri per ridicolizzare la posizione del direttore generale. Santoro ha solennemente mantenuto la promessa fatta giovedì sera, cioè di indicare con tempestività le modalità della sottoscrizione.
È dunque già attivo un indirizzo di posta elettronica al quale destinare la mail solidale, che andrebbe spedita in copia anche alla segreteria della presidenza Rai. La mobilitazione è tutta internettiana, «perché la rete è l'unica opportunità che possiamo gestire con le nostre forze». Ma Santoro si spinge oltre: «Cari amici, vi ringrazio per le adesioni al mio appello, ma dobbiamo ottenere il massimo del risultato - incita il conduttore, che nel ruolo della vittima si trova come un topo nel formaggio -. Quindi vi chiedo di raccogliere anche le firme di chi non usa internet».
Ovviamente, lo spiegamento di mezzi a difesa della conculcata libertà di espressione è a senso unico. Santoro sanzionato per aver mandato a quel paese il proprio capoazienda davanti a milioni di persone è una lesione che chiede di essere sanata. Ma il paladino dei diritti (e delle procure antiberlusconiane) non alza la voce per garantire pari trattamento ad altri colleghi colpiti nella libertà di informare. Lui è il buono vessato dai potenti. Invece non una parola, per esempio, in difesa di Augusto Minzolini, collega Rai in quanto direttore del Tg1: lui è il cattivo, che merita di essere lapidato ogni volta che esprime un parere con un editoriale, al pari di ogni altro direttore di testata. Solidarietà formale e pelosa anche per il Giornale (rappresentato nello studio di Annozero dall'ottimo Stefano Zurlo), i cui vertici sono indagati dalla magistratura e perquisiti dai carabinieri per violenza privata sulla base di un sms e due telefonate di un vicedirettore, e nonostante ciò massacrato dalle ricostruzioni deformi e faziose di Marco Travaglio a proposito di Montanelli, Berlusconi, Porro, Marcegaglia.
Il tribuno di Raidue scende in campo per tutelare la propria libertà di esprimersi, ma nel suo delirio di onnipotenza si dimentica di riconoscere agli altri uguali libertà. Il capopopolo invoca arbitri e giudici per continuare ad andare in onda, per «non danneggiare il prodotto Rai», poi però punta il dito contro le telefonate di Porro e liquida come «normali chiacchiere» le minacce del portavoce di Confindustria verso Panorama. Le nostre sono trame minacciose, quelle di Arpisella piacevoli conversazioni. TeleSantoro è ormai diventata una provincia autonoma a viale Mazzini, una sorta di Kosovo in rivolta contro l'azienda, una riserva autoproclamatasi indipendente anche se gli italiani pagano il canone a mamma Rai, non a lui. Il servizio pubblico si è trasformato in un canale a uso privato ma pagato da tutti, anche da chi non condivide i suoi comizi a senso unico.