«Masked», fratelli contro nella tragedia palestinese

Al centro della scenografia c’è una porta che, per quasi tutta la durata della rappresentazione, resta chiusa. Le rare volte in cui si spalanca percepiamo che oltre la soglia c’è il baratro, ben emblematizzato dal rosso pulsante dello sfondo. Masked. Legami di sangue, lo spettacolo in scena al Franco Parenti sino a domani, parla di una situazione senza via d’uscita. I tre fratelli che, a notte inoltrata, si trovano chiusi nella macelleria in cui lavora il più giovane tra loro appartengono al popolo palestinese. In piena Intifada, Na’im ha scelto di partecipare alla guerriglia, Da’ud di andare a lavorare in un ristorante di Tel Aviv. Il primo sospetta il secondo di essere un informatore della polizia israeliana: perciò quella notte lo sottoporrà a una sorta di processo preventivo, da cui apprenderemo una sequenza di verità scomode che riguardano non soltanto la loro famiglia, ma anche il loro intero popolo. Masked è stato scritto nel 1990 da un coraggioso drammaturgo israeliano, Ilan Hatson. Questa sua prima rappresentazione italiana, con la regia di Margherita Falucchi, ha suscitato reazioni veementi da parte del pubblico. La sera del debutto, alcuni esponenti della comunità ebraica milanese hanno comunicato ad Andrée Ruth Shammàh, la direttrice artistica del Parenti, il loro disappunto per un testo che guarda al conflitto israelo-palestinese con un’ottica unilaterale. Il dibattito è proseguito, confermando così l’efficacia del testo, in grado di far precipitare gli spettatori nel vortice degli eventi, ma anche la solida qualità della rappresentazione, affidata a tre interpreti perfettamente calati nei rispettivi ruoli. Può darsi che il merito più grande di Masked stia però nel far avvertire la sensazione del baratro e nel ribadire la necessità, per sottrarsi alla vertigine, di fuoriuscire dal recinto delle proprie certezze. Se così fosse, lo spettacolo potrebbe considerarsi riuscito anche solo per il commento che un membro della comunità ebraica milanese ha inviato alla Shammàh (che di quella stessa comunità è una figura di spicco): «Personalmente, dubito che i palestinesi e il mondo arabo aspirino alla pace, ma dobbiamo pur prendere in considerazione almeno il dubbio che anche la politica israeliana possa aver commesso passi falsi. Il giorno in cui gli ebrei perderanno la capacità di dubitare, sarà un momento difficile».