Maso, primo giorno di lavoro in fabbrica

Cappellino, barba incolta e sguardo fisso alle telecamere, l'assassino dei genitori esce all'alba, dopo diciassette anni di reclusione, dal carcere di Opera e va in fabbrica. L'assalto dei cronisti e lo stupore dei colleghi: "Ha l'aria di un tipo normale"

Milano - L’alba di Pietro Maso è un’alba incerta e livida: ore 7.30, carcere di Opera, il bunker di sbarre e cemento che è da anni la sua casa apre il suo cancello per fare uscire l’ex ragazzo di Montecchia di Crosara diventato assassino dei suoi genitori. Sono passati diciassette anni e mezzo dalla sera in cui Maso confessò tutto. E Maso inizia ieri la sua semilibertà con il più banale e quotidiano dei gesti, il gesto che gli uomini liberi compiono ogni giorno senza pensarci: sale in auto e avvia il motore. È un gesto che fino a ieri gli era proibito: i regolamenti dicono che i detenuti in permesso premio devono viaggiare solo e soltanto con i mezzi pubblici. Così nei mesi scorsi, quando usciva da Opera per andare in comunità o dalla sua ragazza, Maso andava e veniva in taxi. Ieri invece - e fargli avere in tempo la patente è stato nei giorni scorsi l’ultimo grattacapo dei suoi legali - Maso esce dal supercarcere, e imbacuccato nel silenzio sale su una vecchia Fiesta rossa targata Verona. Berretto blu, jeans, giubbotto Napapijiri, barba corta.

Venti minuti dopo un altro cancello gli si apre: è quello della Elettrodata di Peschiera Borromeo, l’azienda dove lo hanno assunto come magazziniere. Appena la Fiesta è dentro, intorno a Maso scatta la protezione compatta di colleghi e superiori. Il semilibero non vuole parlare. Un po’ perché non ne ha voglia. Un po’ perché gli stessi giudici che gli hanno concesso la semilibertà hanno fatto presente che proprio il suo silenzio di questi mesi è stato decisivo nel convincerli ad accogliere la sua domanda. Il messaggio dei magistrati è chiaro: non trasformarti in un personaggio da talk show. E Maso si adegua volentieri.

Dentro, nella fabbrica assediata dai cameramen e dai cronisti, si consumano i riti di qualunque prima giornata di lavoro: un capo prende Maso in consegna, gli fa vedere il magazzino, i bagni, la mensa. Il semilibero infila l’abito da lavoro, la vestaglia che i vecchi operai milanesi chiamavano «hawaiana». Per i compagni di lavoro, avere Maso accanto è meno sensazionale di quel che si potrebbe immaginare. Non è la prima volta che un detenuto arriva a lavorare qui. Da tempo, all’interno di Elettrodata lavora una cooperativa che si chiama Coelet, e che si occupa di reinserimento di detenuti. Non è la prima volta, insomma, che un uomo con un passato difficile si materializza tra gli scaffali e i capannoni affollati di computer. Ma Maso è sempre Maso. E così, sommessa e quasi timida, un po’ di curiosità lo circonda anche nelle nove ore che passa in azienda. Lui non dà confidenza. Gli altri non gli fanno domande.

«Quando ho saputo chi era - racconta una donna ucraina, una tra i pochi colleghi che si sbottonano con i giornalisti - non ci ho creduto. Aveva l’aria più normale della terra». E sono probabilmente le parole che anche Maso vorrebbe sentire dire di sé. A metà pomeriggio, i suoi avvocati Roberto Braguti e Maria Pia Licata si fiondano in azienda per cercare di sbloccare l’assedio dei media. I legali diffondono una dichiarazione, ringraziano l’azienda, chiedono di attenuare la pressione. Da domani, il magazziniere Maso Pietro chiede di essere un operaio come gli altri. Non sarà facile. Perché la Procura generale è ancora in tempo per depositare il ricorso in Cassazione contro la decisione che gli ha concesso la semilibertà. Gli spazi per un ricorso sono stretti, perché un ricorso è possibile solo se la semilibertà è stata concessa violando la legge, e il provvedimento del tribunale di Milano si muove invece tutto dentro i binari della Gozzini, la legge che indica i modi e i requisiti per il reinserimento dei carcerati. Una settimana fa, nell’opporsi alla richiesta dei suoi legali, il sostituto procuratore Bruno Fenizia aveva insistito così soprattutto su un tasto: la gravità del delitto, la colpa orrenda di cui Maso si è macchiato quella sera di aprile del 1991, e che non può considerarsi emendata né dal tempo trascorso né dal comportamento in carcere.

E ieri Maso scopre che, qui fuori, i magistrati della Procura generale non sono i soli a pensare che per lui l’alba sia arrivata troppo presto: «Pezzo di merda», gli grida un camionista che passa di lì quando esce dalla fabbrica. E un altro strombazza il clacson: «Evviva evviva, un altro assassino in libertà».