Massa e Raikkonen uniti solo dal disastro

nostro inviato a Shanghai

Questione di facce. La misura di un trionfo e la portata di una sconfitta si misurano dall’espressione dei suoi attori e dalle parole che dicono. Perché c’è chi sprona e s’incacchia e dà l’anima in pista come Felipe Massa e c’è chi, nella cattiva o buona sorte, manda stancamente avanti il proprio matrimonio come Kimi Raikkonen.
Nella disfatta cinese sono due le immagini chiare da spedire ai posteri. La prima è quella del brasiliano che spegne il motore al 21° giro quando, sotto al diluvio, è ormai incredibilmente terzo (dietro a Vettel e Button) e guida una Rossa che pare una petroliera tanto va a zonzo carica di benzina. E le sue parole, nel dopo gara, sono quelle di chi avrebbe voglia di rivoltare la squadra per i guasti e l’affidabilità, ma che se ne guarda bene dal farlo, perché «è proprio in questi momenti che bisogna essere uniti». L’altra immagine, la seconda, non è quella del gelato leccato dopo il ritiro malese di due settimane fa, ma poco ci manca, visto che Raikkonen conclude decimo dopo gara incolore, pronuncia frasi di rito e vien quasi da immaginarlo con i capelli biondi tutti sparati in avanti tanti sono stati i sorpassi subiti.
La Ferrari post generale Schumacher – intendiamo il pilota, non l’uomo del muretto - è questa, cioè un’armata che se le cose filano via lisce sa ancora azzannare e far paura, ma che se entra in crisi ha bisogno di qualcosa di più dai suoi due colonnelli in pista. Problema: Felipe l’ha capito, Kimi no. Ecco perché il brasiliano, a fine gara, sembra un piccolo aspirante comandante uscito dall’Accademia Schumacher e fa ampio uso di quanto imparato dal prezioso ex compagno. Ecco perché spiega in fretta che «quando l’auto è ammutolita ero terzo e sulla stessa strategia di Vettel, avevo anche più benzina... Poi ho avuto quel problema elettronico all’acceleratore e la macchina è andata ko».
L’ennesimo sgambetto dell’affidabilità liquidato in fretta, l’ennesima delusione archiviata nel sempre più fitto scaffale delle delusioni, perché è altro di cui Felipe vuole parlare. «Ora - ammette - sono preoccupato ma so che ce la faremo, verremo fuori al cento per cento da questa situazione difficile per tutti, piloti e squadra, e io sono qui per motivarla». E ancora, in un crescendo d’auto responsabilizzazione, «sarebbe molto facile per un pilota arrivato da tempo in F1, che ha già vissuto momenti difficili, dire adesso non me ne frega niente... Invece io voglio spronare tutti perché so che così ne usciremo a testa alta, e ai tifosi dico di non smettere di sostenerci, di avere pazienza, ne verremo fuori». Poi lo sguardo si fa triste, gli ricordano il mondiale dello scorso anno perso all’ultimo Gp e gli zero punti in classifica dopo tre gare: «Sì, ero in grado di vincere il titolo e non ce l’ho fatta per dei problemi di affidabilità e tanti piccoli sbagli. Però sarebbe stato molto più facile sedermi qui e parlare male della mia squadra, puntarle il dito addosso, e invece no, mi sento parte dei problemi che abbiamo, ci sono dentro come loro, e insieme ce la faremo».