Massacra la moglie a martellate poi si pianta un coltello nel petto

La tragedia a Renate, in Brianza, ieri a metà pomeriggio. L’uomo soffriva da tempo di una grave forma depressiva

Un raptus di rabbia. Un lampo, poco più di un attimo. È bastato perché si consumasse una tragedia assurda in una villetta di Renate, nel cuore della Brianza. Ieri pomeriggio Luigi Nizzardo, 54 anni, operaio, ha ammazzato la moglie, Felicia Angelina, 48 anni, casalinga, con cinque, forse sei martellate. Poi ha preso un coltello e l’ha fatta finita per sempre. Un solo fendente al cuore.
La tragedia si è consumata in via Deledda 27, una villetta ritagliata in un complesso di case eleganti, curate, rifinite con mattoni a vista, dove i coniugi si erano trasferiti un anno fa insieme ai figli. Erano sposati da trent’anni e insieme avevano cresciuto due figli, Manuel, 29 anni, studente, e Denis, 22, impiegato. Ed è proprio il figlio maggiore, rientrato alle 17,30, che suona il campanello, ma nessuno gli risponde. Intuisce. Il padre da oltre un anno conviveva con una grave forma depressiva e ieri mattina, dopo il turno alla Vetratex di Besana Brianza, era particolarmente nervoso. Irascibile.
L’ultima lite inizia nella taverna, forse per motivi che non saranno mai chiariti. L’uomo inizia ad alzare la voce. Una delle tante sfuriate. Forse i vicini sentono, ma non ascoltano. Siamo in Brianza e non ci si fanno gli affari degli altri. E poi a quelle sfuriate dovevano averci fatto l’abitudine. L’operaio scatta, afferra un pesante martello e si avventa contro la moglie: la colpisce più volte, almeno cinque.
La donna crolla a terra: sangue sulla camicetta, sulla gonna. Altre copiose macchie sul pavimento. Luigi Nizzardo forse riconquista il lume della ragione: vede quello strazio che ha combinato e non sì dà pace. Decide di togliersi la vita. Afferra un coltello, forse già sul tavolo, e se lo pianta nel petto.
L’allarme viene dunque lanciato dal figlio quando rientra e nessuno gli apre la porta. I pompieri decidono di sfondare la porta. Entrano nell’appartamento e rimangono esterrefatti. I figli, disperati, in lacrime hanno atteso l’arrivo dei carabinieri. Gli uomini del capitano Luigi Spenga iniziano i rilievi: c’è poco da indagare. La sequenza della tragedia appare subito chiara. Sul posto giunge anche Salvatore Bellomo, pm di Monza, incaricato di seguire il caso. Si ricostruiscono le ultime ore dei due coniugi. La donna, originaria di Messina, ieri mattina, dopo la spesa, si era fermata nel bar vicino a casa per bere un caffè. «Ci ha spiegato – raccontano i gestori del locale – che il marito era particolarmente nervoso, irrequieto». Eppure nessuno poteva ipotizzare, prevedere, evitare. L’operaio era in cura per quella depressione che gli aveva fatto perdere la voglia di fare, l’entusiasmo di vivere. Bastava poco per mandarlo su tutte le furie. Ieri aveva i nervi troppo tesi. Forse non è riuscito a sopportare neppure una parola di troppo che la moglie gli potrebbe aver urlato in faccia. L’omicida-suicida non aveva passioni particolari, la sua depressione lo obbligava a trascinare la vita senza entusiasmi. Giorno dopo giorno.
In via Deledda sono arrivate anche le ambulanze della Croce Bianca di Besana. Inutilmente. Hanno dovuto lasciare il posto al carro funebre. Oggi saranno ascoltati i figli della coppia: potrebbero svelare qualche particolare in grado di spiegare meglio la tragedia. Intanto il magistrato ha disposto l’autopsia sui corpi delle vittime. Anche se potrà svelare poco. Forse nulla che già non si sappia.